Ipertensione, troppi pazienti non seguono le prescrizioni

Le cure per il controllo dell’ipertensione sono efficaci, ma l’aderenza alla terapia è scarsa dopo la prima prescrizione. Lo evidenziano la più recenti indagini che indicano tra le cause principali le comorbidità che obbligano all’assunzione di diversi farmaci e un grado di informazione dei pazienti insufficiente.

L’ipertensione arteriosa è una condizione diffusa: ne soffre un adulto su tre (uno su due tra gli over65), secondo le stime epidemiologiche condotte in Europa e in particolare in Italia. In farmaci per controllarla esistono, sono efficaci e ben tollerati. Eppure il 50% circa dei pazienti sospende le cure a un anno dalla prescrizione, rinunciando di fatto a ridurre i rischi cardiovascolari che essa comporta. È questo il quadro epidemiologico e clinico che è stato tracciato a Milano nel corso del 27° Congresso della Società Europea d’Ipertensione (ESH).

E si tratta di un’istantanea assai precisa di ciò che succede sul territorio, basata sui dati raccolti presso le farmacie, che sono tenute a registrare i farmaci antipertensivi erogati su prescrizione medica. Nel caso della Lombardia, per esempio, è emerso che il 40% dei soggetti ipertesi non ripete la prima somministrazione del farmaco.

Questi dati sono confermati da uno studio condotto su 1.427 over 65 con ipertensione arteriosa dal Centro Studi di Economia Sanitaria di Senior Italia FederAnziani. Secondo questo studio nel 44% dei casi non c’è un adeguato controllo farmacologico della patologia.

I motivi della scarsa aderenza alle cure sono diversi. In primo luogo, si evidenzia una certa sottovalutazione del problema da parte dei pazienti, ma a volte anche da parte dei medici. Gioca a sfavore inoltre il fatto che la terapia viene iniziata quando non sono ancora presenti sintomi, e i pazienti non vedono alcun miglioramento della propria condizione. Anzi, spesso devono convivere con gli effetti collaterali della terapia. Infine, c’è una diffusa convinzione che la terapia si possa sospendere una volta normalizzati i valori pressori.

A preoccupare è soprattutto l’incremento dell’incidenza e della prevalenza dell’ipertensione determinato dall’invecchiamento della popolazione, che potrebbe mettere in crisi anche il finanziamento delle cure in molti sistemi sanitari europei. Nel Vecchio continente, per le cure delle malattie cardiovascolari si spendono già circa 200 miliardi all’anno.

“L’ipertensione è un problema molto frequente nella terza età: si tratta di pazienti che soffrono spesso anche di altre patologie e che quindi sono costretti ad assumere più compresse contemporaneamente”, ha spiegato Enrico Agabiti Rosei, presidente dell’ESH. “Un ulteriore aiuto può arrivare dall’uso delle nuove tecnologie, dai dispositivi elettronici”.

L’intervento di prima linea rimane la modificazione della dieta e degli stili di vita. Tra le indicazioni dietetiche che vengono fornite ai soggetti ipertesi la più comune è sicuramente quella di ridurre il consumo di sale e quindi l’apporto di sodio. Bisogna però ricordare che il sodio è un elemento essenziale per il funzionamento delle cellule e quindi anche un suo deficit è dannoso per la salute: non bisognerebbe scendere sotto la soglia dei 7,5 grammi di sale al giorno, corrispondenti a 3 grammi di sodio. È questa infatti la conclusione di uno studio condotto da una collaborazione di ricerca tra la World Heart federation, la Europea d’Ipertensione e la European Public Health Association, studio che è stato pubblicato sullo “European Hearth Journal” ed è stato presentato in anteprima nel corso del Congresso dell’ESH.

“Gli studi clinici condotti finora hanno dimostrato che l’abbassamento della pressione si verifica con un consumo inferiore a 3 grammi di sale al giorno, ma definire la dose ottimale per il benessere dell’organismo è difficile e controverso”, ha spiegato Giuseppe Mancia, presidente dell’ESH Meeting di Milano e primo autore dello studio. “Non abbiamo ancora dati scientifici certi sugli effetti che un consumo moderato di sale offrirebbe alla riduzione del rischio cardiovascolare e del rischio di decesso; il nostro studio suggerisce di limitare l’apporto di sale senza però andare sotto i 7,5 grammi al giorno perché non conosciamo ancora le conseguenze per la salute”.

Per l’ESH, la via da perseguire è la medicina di precisione, basata su trattamenti più personalizzati. In quest’ottica, si stanno sperimentando nuovi test genetici e nuovi biomarcatori che dovrebbero consentire in futuro una diagnosi sempre più precoce e più efficaci misure preventive. Senza trascurare le campagne educazionali per rendere consapevole il grande pubblico dei rischi cardiovascolari connessi all’ipertensione e all’aggiornamento della classe medica.