Menopausa, sintomi ridotti con l’estratto di finocchio

Il finocchio viene considerato utile nella sindrome premestruale per la presenza di fitoestrogeni, composti chimici di origine vegetale con una struttura simile a quella degli estrogeni. I fitoestrogeni sono presenti anche in altri vegetali, tra cui la soia. Diversi studi hanno cercato di verificare la possibilità di contrastare la sindrome premestruale con l’impiego di fitoestrogeni. La principale difficoltà nell’ottenere risultati confrontabili negli studi clinici riguarda il meccanismo di assorbimento dei fitoestrogeni, che si trovano in natura sotto forma di precursori inattivi; una volta raggiunto l’intestino vengono metabolizzati ad opera della flora batterica intestinale a composti attivi. La capacità di metabolizzazione varia da persona a persona e in base a fattori come l’età del soggetto, le sue abitudini alimentari, ecc.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Menopause conferma, su un campione limitato di donne, l’efficacia di un estratto di finocchio per ridurre i sintomi classici della menopausa.

Nello studio condotto da F. Rahimikian, della Teheran University of Medical Sciences in Iran sono state randomizzate 90 donne di età compresa tra i 45 e i 60 anni in post-menopausa da 1-5 anni con almeno sintomi moderati di menopausa a ricevere due capsule morbide da 100 mg al giorno contenenti finocchio o placebo. I sintomi della menopausa sono stati valutati con il questionario Menopause Rating Scale (MRS) applicato all’inizio dello studio e dopo 4, 8 e 10 settimane.

I tre gruppi di pazienti avevano punteggi simili al questionario MRS prima della terapia, successivamente il gruppo a cui è stato somministrato l’estratto di finocchio ha mostrato una significativa diminuzione del punteggio medio al questionario. Le differenze sono state confermate con altri metodi statistici (test Friedman, test T indipendente).

Le conclusioni sono che il finocchio può essere considerato un trattamento sicuro ed efficace per ridurre i sintomi legati alla menopausa nelle donne in post-menopausa. I ricercatori auspicano studi su popolazione più ampia per ulteriori conferme.