Sanità, sono a rischio i livelli di assistenza?

“La sanità italiana rischia di scivolare sotto il livello di guardia e si mettono a rischio i livelli essenziali di assistenza”. Questo l’avvertimento lanciato in comunicato congiunto della FIMMG (Federazione italiana Medici di medicina generale) e Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato.

Il pericolo sottolineato da più parti è che con il DEF (Documento di Economia e Finanza) il rapporto tra il PIL e la spesa sanitaria pubblica scenda al 6,4% e cioè sotto il  6,5% , che l’OMS indica come parametro per garantire una sanità pubblica efficiente.

“Il livello della spesa sanitaria attuale è già largamente inferiore a quella di altri Paesi europei – sottolinea il segretario nazionale di FIMMG, Silvestro Scotti – il nostro SSN ha davanti a sé, inoltre, sfide non prorogabili come l’applicazione uniforme dei LEA, l’equità di accesso alle cure, il nuovo piano nazionale vaccini, i farmaci innovativi e la sanità digitale. Se ci sono margini di risparmio nel settore, derivanti da tagli a sprechi ancora esistenti, queste risorse devono essere interamente reinvestite nel Servizio Sanitario Nazionale – prosegue Scotti – e il finanziamento del SSN deve essere fortemente riconsiderato”.

Nella risoluzione sul Def approvata in Parlamento la maggioranza impegna il Governo

“nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica, a garantire l’universalità e l’equità del servizio sanitario nazionale, rafforzandone ulteriormente l’efficienza e la qualità delle prestazioni, anche prevedendo interventi volti ad allineare progressivamente la spesa italiana in rapporto al PIL a quella media europea”.

Tuttavia, secondo la senatrice Nerina Dirindin, della Commissione della Commissione Igiene e Sanità, i numeri non sembrano andare in questa direzione. “La previsione per gli anni 2018-2020 – spiega Dirindin – di un aumento della spesa sanitaria pubblica al tasso dell’1,3% medio annuo, a fronte di un aumento del Pil nominale del 2,9% ha come conseguenza una ulteriore riduzione del rapporto spesa /Pil, che raggiunge nel 2019 il 6,4%, livello non accettabile in un paese evoluto, una restrizione in termini reali ancora più consistente posto che l’indice dei prezzi del settore sanitario è sempre superiore all’indice generale dei prezzi.”

La stessa Commissione ha comunque espresso  parere favorevole sulla politica sanitaria delineata nel Def con alcuni importanti rilievi, tra cui la necessità di “dare certezza di finanziamenti per un tempo adeguato (triennale), evitando riduzioni in corso d’opera come spesso è avvenuto, determinando la necessità di interventi emergenziali “, la necessità di “restituire ai ticket la fisiologica funzione di regolazione della domanda in ragione dell’appropriatezza rendendo più eque le regole di esenzione, (gli inoccupati, ad esempio, attualmente non sono esenti,) essendo invece i ticket diventati una robusta fonte di finanziamento del SSN” e “una nuova governance del farmaco e delle nuove tecnologie sanitarie fondata sull’appropriatezza delle indicazioni, sull’accessibilità, sulla sicurezza, sulla trasparenza ed autorevolezza delle fonti scientifiche, nonché sulla sostenibilità dei costi per evitare cadute dell’equità.”

Nel documento si legge anche che “pare matura l’opportunità di individuare uno o più indicatori di salute individuale e collettiva che corrispondano al meglio ai nuovi bisogni di cura ed assistenza, nonché di inclusione sociale, determinati dai grandi cambiamenti demografici ed epidemiologici (prevalenza di malattie cronico invalidanti) e dagli straordinari sviluppi delle biotecnologie in cui rientrano a pieno titolo i farmaci innovativi”.

Nuovi bisogni che emergono con chiarezza nel “Rapporto sulle politiche della cronicità” di Cittadinanzattiva, recentemente presentato Roma dal Coordinamento nazionale delle Associazioni dei malati cronici (Cnamc). Nel rapporto sono quantificati i costi a carico delle famiglie dei malati che devono sopperire alle carenze dell’assistenza pubblica: fino a 10.000 euro all’anno vengono spese per l’acquisto di farmaci e parafarmaci e la riabilitazione a domicilio; fino a 60.000 euro all’anno per la retta della residenza sanitaria assistita.