Tumore della prostata, quando l’intervento si può evitare

Il carcinoma della prostata è il più diffuso tumore maschile (35mila nuove diagnosi all’anno). La diffusione del test del PSA ha provocato negli ultimi anni un sensibile aumento delle diagnosi di questo tumore, che spesso è caratterizzato da una lenta evoluzione e scarsa aggressività.

I ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano hanno testato la possibilità di evitare gli interventi chirurgici per i tumori a basso rischio, con un programma di sorveglianza attiva.

A questo scopo nel 2005 è stato messo a punto un protocollo di sorveglianza (SAINT, Sorveglianza Attiva Istituto Nazionale Tumori) e nel 2007 l’Istituto è entrato nello studio internazionale PRIAS (Prostate Cancer Research International: Active Surveillance).

I risultati dopo 11 anni di studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Tumori Journal.

I pazienti seguiti con il protocollo di sorveglianza sono stati 818 (200 con protocollo SAINT, 530 in PRIAS e 88 con programmi personalizzati). I principali criteri di eleggibilità per lo studio erano un carcinoma prostatico a uno stadio ≤T2a, PSA <10 ng/mL e Gleason Pattern Score (GPS) ≤3 + 3. Un peggioramento del GPS o un raddoppio del PSA in meno di 3 anni determinava il passaggio a un trattamento attivo.

I pazienti sono stati sottoposti a uno stretto programma di sorveglianza con 2 controlli clinici annuali con palpazione della ghiandola prostatica e 4 analisi del PSA. Inoltre sono state effettuate biopsie dopo il primo anno dall’entrata nello studio, ripetute nel corso del follow-up di 5 anni.

I pazienti che hanno abbandonato il programma di sorveglianza sono stati 404 (49,4%): 274 per una riclassificazione del tumore dopo la biopsia, 121 per ragioni estranee al protocollo e 9 per problemi psicologici.

«A distanza di cinque anni, il 50 % dei pazienti è ancora nel programma di sorveglianza attiva. – ha specificato Riccardo Valdagni, direttore della Radioterapia Oncologica 1 e del Programma Prostata dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano – In più, non si sono verificati decessi a causa del carcinoma prostatico e neppure metastasi. Questo significa che la metà dei pazienti arruolati, a 5 anni dalla diagnosi, ha potuto evitare gli effetti indesiderati di un trattamento curativo non necessario e quindi inappropriato».