Alimentazione e web, troppi luoghi comuni e fake news

Un’indagine dell’ANDID mostra uno scarso grado di alfabetizzazione nutrizionale degli italiani, che il web non aiuta a migliorare

Conoscere fa bene alla salute. Lo dimostra un filone di ricerca che sta dando risultati sempre più interessanti. Stiamo parlando dell’health literacy, l’alfabetizzazione sanitaria, che indica la capacità di comprendere e utilizzare le corrette informazioni sulla salute. Gli studi dicono che un più alto grado di alfabetizzazione sanitaria corrisponde a migliori condizioni di salute, una maggiore predisposizione ad adottare stili di vita salutari, una minore incidenza di malattie croniche, un minor tasso di ospedalizzazione e anche una riduzione dei costi per il sistema sanitario.

Per quanto riguarda la nutrizione il tema della corretta informazione è di grande attualità. Negli ultimi tempi è visibilmente cresciuto l’interesse per la corretta alimentazione, sulla spinta di un insieme di motivazioni estetiche, salutistiche, persino filosofiche. Allo stesso tempo è cresciuta anche la diffusione di informazioni senza fondamento scientifico, dai luoghi comuni fino alle vere e proprie fake news.

Un’importante indagine promossa da ANDID (Associazione Nazionale Dietisti) ha verificato il grado di alfabetizzazione nutrizionale degli italiani sulla base di tre aspetti cruciali: la capacità di gestire il rapporto con il cibo, quella di selezionare gli alimenti adatti a rispondere efficacemente ai bisogni nutrizionali e anche l’abilità di preparare e consumare gli alimenti, preservandone le caratteristiche nutrizionali e valorizzandone le proprietà organolettiche.

I risultati non sono confortanti, visto che il 71,4% del campione intervistato dichiara una ridotta capacità di preparare e consumare gli alimenti e difficoltà nella comprensione degli effetti delle scelte di consumo. Emerge, inoltre, una limitata capacità di pianificare e gestire le scelte alimentari (57,2%) e scegliere correttamente il cibo (66,8%).

I nuovi mezzi di comunicazione e informazione non sembrano essere d’aiuto, come risulta da un’altra indagine promossa da ANDID con l’università di Messina. La ricerca ha preso in esame una cinquantina di siti rappresentativi del racconto sul cibo presente sul web.

Da questo lavoro emerge uno scenario preciso. Innanzitutto, gli utenti sono sempre più interessati alla rappresentazione del cibo, ma appaiono smarriti dinanzi alla grande mole di informazioni disponibili. I social media, infatti, hanno dato potere di influenza a nuovi soggetti, che non hanno una preparazione specifica verificata, come i cosiddetti food blogger, che speso sono veri e proprio opinion leader in rete sul tema dell’alimentazione.

Lo scarso vaglio critico dei discorsi sull’alimentazione sulla Rete genera fenomeni negativi, come l’ossessione per la qualità del cibo e la forma fisica, una tendenza positiva che può però diventare patologica quando si trasforma in una ricerca continua del cibo perfetto o dell’allenamento frenetico.

La ricerca di ANDID e Università di Messina ha anche identificato le più diffuse convinzioni errate in fatto di alimentazione presenti sulla rete. Innanzitutto, l’idea che mangiar sano equivalga a sacrificare il gusto e il piacere della buona tavola, e che quindi seguire uno stile alimentare salutare sia un obiettivo difficile da raggiungere; l’orientamento a una dietetica del sì/no che induce a classificare gli alimenti in “buoni” o “cattivi”, ritenendo che siano i singoli nutrienti ad avere effetti diretti sulla salute (ad es. uova = colesterolo); ed infine l’orientamento a una dietetica per slogan che spinge a prediligere gli alimenti nelle loro alternative “senza” (senza grassi, senza zuccheri, ecc.) e “con” (con fibre, con l’aggiunta di vitamine, ecc.), nel tentativo di assecondare l’ossessione del cibo sano (healthy food). Una ossessione sfruttata dal mondo dell’industria e della ristorazione, come dimostra il dilagare di insegne “vegan”, “kilometro 0” e “senza glutine”, e l’aumento del consumo di prodotti biologici, vegetariani, dietetici e di supplementi e integratori, anche in assenza di indicazioni specifiche.

“È solo con la professionalità che si può contrastare la disinformazione e promuovere consapevolezza e responsabilità nelle scelte di salute, anche sfruttando le opportunità offerte dalla Rete. C’è bisogno di veicolare messaggi chiari e comprensibili, in grado di conquistare l’attenzione dei diversi pubblici, per non lasciare vuoti comunicativi e far sì che i cittadini scelgano di affidarsi solo ad interlocutori competenti per orientare i propri comportamenti alimentari

 dichiara Marco Tonelli, presidente ANDID

I dati emersi dagli studi – prosegue – evidenziano la necessità che l’alimentazione torni ad essere una priorità nelle politiche sanitarie e dell’istruzione, strategia fondamentale per limitare le disuguaglianze e migliorare le condizioni di salute della popolazione, con ricadute positive anche sulla riduzione dei costi sociosanitari”.

 

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