Fibrosi Polmonare Idiopatica, uno studio italiano la collega all’inquinamento atmosferico

La Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF) è una malattia rara, ma è la più frequente in Italia tra le malattie rare respiratorie con 19.000 casi. Colpisce soprattutto gli uomini, con più di 60 anni di età, fumatori o ex fumatori e si manifesta con tosse secca e dispnea, sintomi comuni anche nella bronchite cronica. Le cause della fibrosi, che porta alla formazione di tessuto cicatriziale nei polmoni con un’alta mortalità, non sono ancora del tutto note e sono di tipo genetico e ambientale

Uno studio italiano pubblicato sull’European Respiratory Society stabilisce per la prima volta una relazione diretta tra inquinamento atmosferico da traffico e incidenza di Fibrosi Polmonare Idiopatica. L’indagine è stata condotta da ricercatori del Centro Studi Sanità Pubblica dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, Gruppo MultiMedica, in collaborazione con l’Università di Harvard.

Il punto di partenza sono gli oltre 2.000 nuovi casi di IPF registrati tra il 2005 e il 2011 in Lombardia, una delle aree europee  ad alto tasso di inquinamento atmosferico. I ricercatori hanno valutato la relazione fra l’insorgenza di IPF e l’esposizione cronica a particolato atmosferico PM10, biossido di azoto e ozono: è emersa un’associazione fra lo sviluppo della patologia e l’aumento nell’aria del biossido di azoto, il gas prodotto dagli scarichi dei motori. Questo lavoro è la prosecuzione di un primo studio epidemiologico dello stesso gruppo di ricercatori, che aveva mappato i casi di IPF in Lombardia, pubblicato l’anno scorso su PLOS ONE.

«Il nostro studio, per la prima volta, mostra che lo smog è associato all’insorgenza di Fibrosi Polmonare Idiopatica», affermano Sergio Harari, direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano e Giancarlo Cesana, direttore del Centro Studi Sanità Pubblica dell’Università di Milano-Bicocca.

«Abbiamo osservato – prosegue Harari – come i soggetti esposti a una concentrazione più alta di biossido di azoto abbiano un rischio maggiore di sviluppare IPF. Mentre per PM10 e ozono non sono emerse associazioni significative, i dati hanno evidenziato che se il livello di esposizione cronica al biossido di azoto si alza di 10 microgrammi per metro cubo, l’incidenza di fibrosi polmonare idiopatica aumenta tra il 4,25 per cento e l’8,41 per cento ed è ancora più elevata se i livelli di biossido di azoto superano i 40 microgrammi per metro cubo».

«Studi precedenti avevano evidenziato come l’incremento di biossido di azoto e ozono si associ a un peggioramento della malattia, e come l’esposizione a PM10 si associ a un aumento della mortalità e della perdita di funzionalità respiratoria», spiega Giancarlo Cesana. «Tuttavia, la relazione tra esposizione cronica all’inquinamento atmosferico e incidenza di IPF non era mai stata indagata prima. La Lombardia rappresenta un contesto molto interessante per studiare questa possibile associazione, poiché la conformazione della valle padana in generale, e di questa regione in particolare, favorisce il ristagno degli inquinanti atmosferici portando a un elevato livello di inquinamento con concentrazioni variabili da zona a zona».

«In sintesi, lo studio suggerisce che l’inquinamento da traffico potrebbe svolgere un ruolo nello sviluppo della IPF. Le stime di questa associazione sono marginalmente significative e quindi necessitano di essere confermate tramite ulteriori studi», concludono i ricercatori.

 

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