Il pre-diabete, una condizione da non sottovalutare

Intervista ad Antonio Ceriello, coordinatore del Progetto Diabete dell’Irccs Multimedica.

Professor Ceriello, che cosa si intende con il termine pre-diabete e quali sono i segnali che identificano tale condizione?

Il termine pre-diabete, come può essere facilmente compreso, indica una condizione che precede la comparsa di diabete; in realtà andrebbe inteso in un’accezione più ampia di situazione a rischio di sviluppo successivo di questa patologia. Purtroppo il pre-diabete s’identifica generalmente solo con campagne di screening, che vengono condotte sulla base di alcuni campanelli di allarme: primo fra tutti la familiarità per diabete, poi l’età avanzata, cioè oltre i 45 anni, soprattutto se in concomitanza di altri fattori di rischio, quali la stessa ereditarietà, un profilo lipidico alterato, l’ipertensione e l’obesità. Chiaramente, avere fattori di rischio per il diabete non significa che necessariamente la malattia si svilupperà, ma in questi soggetti vale la pena fare un approfondimento.

Numeri alla mano, per ogni persona affetta da diabete è possibile ipotizzare che ve ne siano almeno tre con una situazione di pre-diabete. L’aspetto più allarmante è che il pre-diabete si accompagna a un aumento del rischio per malattie cardiovascolari, quindi è da considerarsi una vera e propria condizione di rischio. Il dato più positivo è invece che una volta nota questa condizione è possibile mettere in atto delle strategie per prevenire la comparsa della malattia.

Quali sono le complicanze associate al pre-diabete?

In realtà non si può propriamente parlare di complicanze come nel diabete, ma di aumentato rischio soprattutto di malattie cardiovascolari, come ho già accennato.

Più di recente gli studi in questo campo stanno mettendo in luce anche un aumentato rischio di steatosi epatica, che di per sé non è una patologia grave, ma è una condizione che può facilitare la comparsa del diabete e predispone allo sviluppo di una epatopatia seria, fino al cancro nei casi estremi.

E come si può intervenire in un paziente in cui si manifesta il pre-diabete?

L’approccio ideale è un cambiamento dello stile di vita: ci sono studi che dimostrano come si riesca a contrastare in modo efficace la comparsa della malattia aumentando l’attività fisica, diminuendo l’apporto calorico e favorendo un dimagrimento, perché non bisogna dimenticare che la maggior parte delle persone con pre-diabete è sovrappeso od obesa. Detto questo, come si può immaginare, è molto facile parlare dei cambiamenti degli stili di vita, ma è molto più complesso tradurli in una vera e propria strategia per metterli in pratica.

Un approccio molto particolare, ma efficace consiste nel limitare l’aumento della glicemia soprattutto dopo pranzo. Se si vuole evitare di assumere dei farmaci, occorre seguire un principio nutrizionale che consiste nel consumare cibi a basso indice glicemico, cioè alimenti in cui sono presenti zuccheri complessi, in modo che quando questi vengono digeriti passino lentamente nel circolo sanguigno, evitando la comparsa di picchi glicemici.

Per quanto riguarda l’approccio farmacologico, ci sono studi molto importanti sul farmaco acarbose, che agisce impedendo i picchi glicemici post-prandiali e diminuendo con ciò il rischio di sviluppare diabete, grazie a un effetto protettivo sulle beta-cellule. Altri farmaci, in alternativa, inibiscono l’azione nell’intestino dell’alfa-gluco- sidasi, l’enzima che taglia le molecole di zuccheri presenti nei cibi e ne favorisce l’assorbimento. La sua inibizione porta a una minore produzione di zuccheri semplici, che quindi di fatto vengono assorbiti meno rapidamente.

Di ipercolesterolemia si sente parlare molto spesso, e sia i medici di famiglia che i pazienti sono consapevoli dei rischi a essa correlati. Poco peso invece sembrerebbe essere attribuito al pre-diabete. Quali sono a suo avviso le motivazioni di questa scarsa percezione dei rischi associati a questa condizione e che cosa si può fare per sensibilizzare maggiormente il Medico di medicina generale?

L’educazione e l’informazione sono alla base di qualsiasi strategia preventiva efficace: negli anni scorsi, abbiamo assistito a campagne contro il colesterolo e contro la pressione alta che hanno sortito effetti importanti, perché anche la gente comune ora sa che il colesterolo alto può far male. Purtroppo queste campagne sono state meno incisive, forse anche perché l’argomento non è stato affrontato in modo adeguato, per quanto riguarda non solo il pre-diabete ma anche lo stesso diabete, che viene percepito come una condizione di glicemia un po’ alta, senza grande significato e senza danno. Purtroppo i danni ci sono e si possono manifestare anche a distanza di tempo. In altre parole, manca una percezione corretta del rischio, e questo si verifica perché non c’è una reale conoscenza del problema: la responsabilità è sia dei medici sia di chi lavora nella comunicazione. Ci vorrebbero campagne d’informazione e sensibilizzazione serie sul tema e anche una volontà politica precisa, com’è stato fatto in passato per esempio nella lotta contro il fumo. E il primo messaggio da divulgare è che la sedentarietà, facilitata dalla vita attuale, è il peggior nemico. Quindi il miglior rimedio è l’attività fisica regolare.

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Ultimo aggiornamento il 4 Febbraio 2020 di Pierpaolo Benini

Anastassia Zahova

Giornalista medico scientifico