Probiotici, nella UE manca una regolamentazione comune

Il consumo di alimenti e integratori contenenti probiotici è in deciso aumento in Nord America, Asia e America Latina. Nell’Unione Europea questi prodotti sono penalizzati dalla mancanza di un quadro regolamentare condiviso, con una definizione comune di probiotico.

“Occorre ripensare l’attuale politica della Commissione europea per i probiotici, in quanto non consente di adottare un approccio condiviso tra i Paesi UE per l’impiego del termine probiotico per definire una categoria di alimenti ed integratori” ha dichiarato Rosanna Pecere, Executive Director dell’IPA, International Probiotics Association, intervenuta all’assemblea di Integratori Italia.

“E’ evidente che l’attuale livello d’incertezza sull’impiego del termine “probiotico” nell’UE sta avendo un impatto negativo sul mercato e sugli stessi consumatori, che sono privati delle informazioni necessarie che consentirebbero di fare scelte consapevoli”

Nel panorama europeo che registra un calo delle vendite di probiotici l’Italia fa eccezione

“L’Italia – ha aggiunto Pecere –  è all’avanguardia rispetto agli altri Paesi europei, in quanto l’impiego del termine già dal 2005 è regolato da Linee Guida nazionali, che definiscono condizioni chiare per consentire l’impiego del termine “probiotico”.

L’importanza di questa normativa è confermata dal dato economico, che da alcuni anni mostra un trend di crescita:  da gennaio 2018 allo stesso mese del 2019 si registra un aumento del 3,7% del valore di vendita al pubblico in farmacia. In particolare, è la Regione Lombardia ad essere la prima per consumi di probiotici.

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Giornalista pubblicista, fotografo, webmaster.

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