Celiachia e Covid-19, i rischi della diagnosi ritardata

La celiachia non aumenta il rischio di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2, come ha specificato in un rapporto dell’istituto Superiore di Sanità, aggiornato alla fine di maggio. Tuttavia, la pandemia potrebbe avere un impatto negativo su coloro che non hanno ancora una diagnosi di celiachia.

L’allarme, lanciato dal Dr. Schär Institute, fa riferimento ai rischi legati alle diagnosi ritardate.

“Lo scenario delineato dalla pandemia circa l’assistenza sanitaria non è rassicurante: la celiachia si associa normalmente a manifestazioni benigne, che possono però evolvere in complicanze anche fatali se non si interviene tempestivamente, specialmente nel caso dell’età pediatrica. Si aggiunge il fatto che parliamo di una patologia ancora largamente sotto-diagnosticata e che si stima possano essere in questa situazione circa 400.000 italiani”.

Lo ha sottolineato il  Carlo Catassi, gastroenterologo pediatra, professore ordinario di Pediatria presso l’Università Politecnica della Marche e membro del comitato scientifico del Dr. Schär Institute , che con altri ricercatori  ha inviato una lettera alla rivista Digestive and Liver Disease

Secondo un’indagine condotta dalla Società Italiana di Gastroenterologia su 121 ospedali sparsi su tutto il territorio nazionale, meno del 3% ha proseguito le usuali attività nei reparti gastroenterologici durante la pandemia, con la maggior parte dei reparti riorganizzati e 1 su 10 convertito in Unità COVID. Le procedure endoscopiche sono state limitate alle sole urgenze nel 96% dei casi e sospese nel restante 4%. Una riorganizzazione è necessaria al più presto per garantire sia gli standard di cura che la sicurezza di personale e pazienti.

Al momento non è possibile definire il rischio COVID-19 specifico per i celiaci non ancora diagnosticati e non adeguatamente trattati, per via dell’impossibilità di identificare questi pazienti nella popolazione generale: maggiori informazioni potrebbero derivare dall’analisi dell’evoluzione dell’infezione in soggetti con autoimmunità celiaca documentata. Fondamentale, in questo senso, la collaborazione tra scienziati: a questo proposito, ricercatori della Columbia University Irving Medical Center americana e dell’Odense University Hospital danese hanno lanciato il progetto “SECURE-Celiac”, una piattaforma web nella quale medici di tutto il mondo sono invitati a registrare gli esiti e le condizioni dei loro pazienti celiaci affetti da SARS-CoV-2, anche degli asintomatici individuati dai programmi di screening, al fine di meglio caratterizzare l’impatto del COVID-19 in questi casi.

Simili progetti di condivisione del sapere sono nati anche per altre patologie digestive (“Impact on GI practice”, “SECURE-IBD”, “COVID-19 and liver disease”) e rappresentano tasselli fondamentali per una progressione delle conoscenze e un’adeguata promozione della salute, sia dei pazienti attuali che di quelli futuri.

 

Ultima modifica:

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.