Covid-19, non c’è associazione tra clima ed epidemia?

ombrelloni mareLa diffusione del virus SARS-CoV-2 può essere influenzata dalle condizioni climatiche? Una questione che potrebbe avere un peso importante nell’andamento della pandemia che ha provocato un’emergenza planetaria. La speranza, almeno nei paesi dell’emisfero settentrionale, è che l’arrivo dell’estate possa fermare o rallentare drasticamente l’epidemia.

Questa ipotesi si fonda su ricerche che dimostrano che il virus della SARS e altri virus influenzali sopravvivono solo in determinate condizioni di temperatura. Altre ricerche hanno indicato la presenza di livelli più alti di vitamina D e la maggiore esposizione ai raggi UV come fattori favorevoli per combattere il virus.

Tuttavia, un primo studio cinese, pubblicato dall’European Respiratory Journal sembra indicare che per il SARS-Cov-2 non ci siano legami significativi con le condizioni climatiche, almeno stando a quello che è avvenuto in Cina.

Dopo aver confrontato i dati meteorologici di 224 città della Cina con quelli dei pazienti colpiti da Covid-19, Yao Ye e colleghi, dell’Università di Fudan a Shanghai concludono: “Non abbiamo trovato associazioni significative con umidità relativa, temperatura massima e temperatura minima. Questo ci porta a considerare che la temperatura ambientale non abbia un impatto significativo sulla capacità di trasmissione di SARS-CoV-2”.

Lo studio

I ricercatori hanno raccolto i dati  sui casi confermati di COVID-19 in Cina dalla National Health Commission e dalle Commissioni sanitarie provinciali della Cina in 224 città, 17 all’interno della provincia di Hubei, da cui è partita l’epidemia e 207 in altre regioni. Dal servizio meteorologico nazionale cinese sono stati raccolti i dati delle temperature medie giornaliere e dell’umidità relativa. Inoltre è stata calcolata la irradiazione giornaliera media di raggi UV, da inizio gennaio a inizio marzo.

Dall’analisi di questi dati non è emersa un’associazione significativa tra temperatura esterna e tasso di incidenza della malattia. Analogamente, i raggi UV non erano significativamente associati al tasso di incidenza cumulativo del Covid-19, dopo aggiustamento per temperatura e umidità relativa.

Queste caratteristiche, specificano gli autori dello studio, sono abbastanza simili a quanto avvenuto con l’epidemia di MERS nella penisola arabica, dove i casi  continuano con temperature di 45  °C. Anche altre malattie come l’Ebola non hanno un andamento legato alle stagioni.

Anche se la trasmissione della SARS, iniziata nel novembre 2002 e terminata nel luglio 2003, concludono gli autori cinesi, suggerisce che potrebbe essere stagionale, l’epidemia potrebbe essere stata controllata da un’efficace individuazione dei casi, dalla ricerca dei contatti con i contagiati e dalla quarantena.

Risultati diversi in altri studi

Oltre allo studio citato sono apparsi in rete almeno un’altra decina di ricerche sullo stesso argomento. Si tratta però di studi non ancora revisionati e validati.

Un altro studio cinese ha individuato un range di temperatura, tra 13 e 24 °C, che sarebbe favorevole per la trasmissione del virus, con un’umidità tra il 50 e l’80%. L’aria fredda e un abbassamento costante della temperatura per almeno una settimana sarebbero utili per l’eliminazione del virus.

Un altro studio che ha verificato la diffusione del virus in Cina tra il 20 gennaio e il 29 febbraio 2020 ha rilevato che l’incidenza giornaliera di COVID-19 era massima a 10 ℃,  in generale l’incidenza giornaliera è diminuita quando la temperatura è aumentata.

Un ulteriore studio ha confrontato i dati sull’evoluzione dell’epidemia con quelli della temperatura globale e ha concluso una temperatura media più elevata era fortemente associata a una minore incidenza di COVID-19, anche se non decisiva per l’andamento dell’epidemia nel suo complesso.

Il commento

Questi dati contrastanti  sono stati commentati in un articolo della rivista New Scientist dal virologo Michael Skinner dell’Imperial College di Londra.

 “Probabilmente – ha affermato Skinner –  il virus diventerà stagionale quando alla fine si stabilizzerà sui normali schemi di trasmissione, che vediamo per gli altri coronavirus respiratori umani, in una popolazione composta da individui immuni e immunologicamente non protetti. Ciò non significa che seguirà le dinamiche stagionali durante il periodo di picco delle epidemie: potrebbero esserci troppe persone infette, in questo caso la maggior parte della trasmissione è a corto raggio e meno soggetta a influenze ambientali”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma sul suo sito Web che il virus può essere trasmesso in tutte le aree, “comprese le aree con clima caldo e umido”.

Ultimo aggiornamento il 14 Aprile 2020 di: Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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