Il cibo come farmaco. Come integrare la nutrizione nell’assistenza sanitaria?

L’epidemia globale di malattie collegate ad eccessi ed errori nella dieta, come per esempio diabete e sindromie metabolica, impone di considerare il cibo come approccio terapeutico nella sanità pubblica. Partendo da questa premessa, un editoriale pubblicato dal British Medical Journal e firmato da Sarah Downer dell’Università di Harvard e colleghi di altre università americane affronta il tema dell’utilizzo del cibo come farmaco.

Per chiarire, non si tratta delle semplici raccomandazioni dietetiche come parte di uno stile di vita sano o di supplementazioni, ma dell’utilizzo di alimenti e pasti pasti preparati con finalità mediche e diete personalizzate, come vera e propria terapia per persone con malattie croniche o a rischio di malnutrizione. L’analisi si riferisce alla sanità degli Stati Uniti, ma la tematica si può estendere a tutti i servizi sanitari dei paesi sviluppati.

Malnutrizione e “food insecurity”

Un decesso su cinque a livello globale, ricordano gli autori, è attribuibile a una dieta non ottimale, che costituisce quindi il principale fattore di rischio di mortalità per tutte le cause, più del fumo di sigaretta.

A livello globale la malnutrizione è collegata a quella che viene definita “food insecurity” ossia la difficoltà di accesso (permanente o temporanea) ad una alimentazione regolare e di buona qualità delle fasce di popolazione a basso reddito.

Nei paesi ad alto e medio reddito la food insecurity non comporta solo la difficoltà a consumare pasti regolari tutti i giorni, ma anche l’eccessivo ricorso ad alimenti calorici a basso costo e la difficoltà di accesso a componenti più sane della dieta, come frutta e verdura. La food insecurity viene associata a malattie metaboliche come l’obesità e il diabete.

Si tratta di una tematica che ha un enorme impatto sulle spese sanitarie e assistenziali. Nel 2018 il problema della food insecurity, secondo stime del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, ha riguardato 37 milioni di americani, tra cui 11 milioni di bambini.

Numerose ricerche indicano che interventi dei servizi sanitari pubblici basati sul miglioramento della dieta potrebbero ridurre significativamente il peso delle malattie croniche e i relativi costi per l’assistenza.

I principali ostacoli, secondo gli autori di questa analisi, sono costituiti dalla mancanza di adeguati investimenti nella ricerca, dai bassi livelli di conoscenza nutrizionale dei medici e da un accesso limitato dei pazienti a servizi e programmi appropriati.

Il cibo come farmaco

Gli autori individuano tre tipologie di interventi in cui il cibo viene utilizzato come un vero e proprio farmaco: pasti (alimenti) speciali a scopo medico, alimenti selezionati a scopo medico e prescrizioni alimentari, intese come “ricette” per avere cibi selezionati e distribuiti da strutture sanitarie.

La tabella mostra i pazienti a cui sono indirizzati gli interventi e i risultati ottenuti.

 

Dati dalla ricerca insufficienti

Gli autori dell’articolo mettono l’accento anche su un altro aspetto, la carenza di dati ricavati da studi comparativi che valuti l’efficacia di questi interventi nutrizionali e permetta di individuare le tipologie più funzionali. Gli studi finora condotti appaiono numericamente insufficienti e di breve durata, occorre dunque progettare studi più ampi, in grado di  supportare la progettazione di interventi sanitari su larga scala.

In ogni caso non mancano i riscontri positivi su questi interventi nutrizionali in termini di salute dei pazienti e risparmio del servizio sanitario

In uno studio di coorte retrospettivo a Boston, Massachusetts (Usa)  con 1.020 partecipanti, la distribuzione settimanale di pasti preparati sulla base di specifiche esigenze mediche è stata associata a una riduzione complessiva del 16% dei costi sanitari complessivi, 49% in meno di ricoveri ospedalieri ospedalieri e 72% in meno di ricoveri in strutture infermieristiche qualificate rispetto al gruppo di controllo.

Negli Stati Uniti, come in altri paesi, esistono programmi di sostegno alimentare a singoli e famiglie a basso reddito, gli autori sostengono che coordinare questi interventi con quelli che mirano a migliorare lo stato di salute, avrebbe vantaggi dal punto di vista sanitario e sociale, vista la diffusione della malattie croniche nella fasce più svantaggiate della popolazione.

Una politica sanitaria che punti ad ottenere i vantaggi a livello di popolazione di un’alimentazione corretta non può non tenere conto delle difficoltà anche economiche che possono limitare l’accesso a cibi sani o appropriati per determinate patologie.

Ultimo aggiornamento il 3 Ottobre 2020 di: Pierpaolo Benini

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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