Il pre-diabete, diagnosi e approcci terapeutici

Intervista a  Giuseppe Derosa, responsabile del Centro universitario di diabetologia, malattie metaboliche e dislipidemie del Policlinico San Matteo di Pavia e responsabile dell’area diabete della Società italiana di nutraceutica.

Professor Derosa, come si arriva alla diagnosi di pre-diabete, o disglicemia?

Il punto di partenza è ovviamente la misurazione della glicemia a digiuno, che ha un valore di soglia molto semplice: la misura in milligrammi per decilitro non deve avere tre cifre. Se è tra 70 mg/dl e 99 mg/dl diciamo che un soggetto è euglicemico, cioè ha una glicemia normale, mentre se il valore misurato è superiore o uguale a 126 mg/dl poniamo diagnosi di diabete; nella fascia in mezzo, cioè tra 100 e 125 mg/dl, estremi compresi, si apre la questione su quale sia la condizione del paziente.

Per definirla, si fa una curva da carico orale con 75 g di glucosio, cioè si “stressa” il pancreas per vedere se risponde in maniera più o meno adeguata, facendo un prelievo al basale e dopo due ore. Se alla seconda ora la glicemia è sotto i 140 mg/dl, così come quella di un soggetto normale, il paziente ha un’alterata glicemia a digiuno (o in inglese impaired fasting glucose, IFG). Se invece la risposta alla seconda ora è tra 140 e 199 mg/dl, siamo in presenza di un altro tipo di alterazione glicemica, denominata alterata tolleranza agli idrati di carbonio (impaired glucose tolerance, IGT). Se infine il valore di glicemia alla seconda ora è maggiore o uguale a 200 mg/dl si pone la diagnosi di diabete, anche se il paziente aveva a digiuno una glicemia solo lievemente alterata, magari con 102-103 mg/dl: è per questo che è molto importante individuare la disglicemia, perché una persona potrebbe non manifestare apertamente un franco diabete.

A questo punto come s’interviene?

Si consiglia dieta e attività fisica, ma dev’essere una prescrizione seria e convinta: anche il Medico di Medicina Generale dovrebbe essere in grado di impostare il regime dietetico adatto, anche con l’aiuto di appositi programmi; in caso contrario, può inviare il paziente a un dietologo o un dietista. L’attività fisica dev’essere commisurata alle condizioni fisiche del paziente: non possiamo certo pensare di proporre a un soggetto obeso di mettersi a correre, ma magari di iniziare con le passeggiate o con le attività in piscina. Inoltre, sarebbe opportuno calibrare il tipo di attività sulle preferenze del paziente. L’obiettivo è che nell’arco di 3-6 mesi questo intervento di dieta e attività fisica produca come risultato una perdita ponderale di almeno il 5 per cento.

Dopo sei mesi, si può procedere a verificare la glicemia per vedere se anche sotto questo profilo c’è stato un miglioramento. Se c’è questa risposta va tutto bene, ma se non c’è come si procede? E se il paziente non è in grado di aderire a questa prescrizione, magari per mancanza di tempo da dedicare al movimento? E se continua a mangiare troppo? Teniamo conto che il 70-80 per cento dei pazienti non risponde perché non è in grado di seguire le prescrizioni.

E se il paziente si perde, è quasi inevitabile che anno dopo anno aumenti la glicemia, ed è probabile che scoprirà di essere diabetico dopo un evento cardiovascolare o dopo l’insorgenza di un’ulcera al piede che non guarisce.

Ha anticipato la domanda successiva: esistono approcci alternativi con cui è possibile intervenire?

Attualmente abbiamo la possibilità di introdurre nella dieta dei nutraceutici, o fitoterapici, che possono abbassare la glicemia già dopo tre mesi, con un effetto che, proseguendo tale terapia, può mantenersi nel tempo. Il costo è a carico dell’assistito: questo da una parte può apparire come un problema, ma dall’altra può contribuire a responsabilizzare il paziente e a comunicargli l’importanza di un intervento per contrastare la disglicemia e far sì che il paziente non diventi diabetico. Allargando lo sguardo, non dimentichiamo che un intervento efficace previene le possibili complicanze del diabete e quindi si traduce in un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale: il denaro risparmiato può essere investito in farmaci nuovi o nella ricerca.

Quali sono i nutraceutici più promettenti e che hanno dato risultati favorevoli nel migliorare le condizioni del paziente con disglicemia?

Nell’ambito dei nutraceutici, noi prescriviamo un preparato a base di estratto da Ascophyllum nodosum, Fucus vesiculosus e cromo picolinato che dà, dopo qualche mese, un calo della glicemia a digiuno e di quella postprandiale. Abbiamo provato anche la berberina, l’acido alfa-lipoico e gli omega-3: sono varie le sostanze naturali che stiamo studiando e che possono combattere l’alterazione della glicemia.

In questa azione preventiva con i nutraceutici, chiaramente sono coinvolti in primo luogo i medici, specialisti e di Medicina Generale, ma non dimentichiamo il ruolo dei farmacisti che devono conoscere i nutraceutici per dare un consiglio corretto al paziente, se necessario: il diabete si vince se si fa squadra.

Leggi anche “Il pre-diabete: una condizione clinica da non sottovalutare

Ultimo aggiornamento il 4 Febbraio 2020 di: Pierpaolo Benini

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.