Rete alimentare, come combinare i cibi per proteggere i neuroni

mente-dietaUno studio recentemente pubblicato su Neurology dai ricercatori francesi dell’Università di Bordeaux diretti da Cécilia Samieri (1) ha valutato l’influenza dell’alimentazione sul rischio di sviluppare demenza, focalizzandosi su quella che gli autori hanno definito rete alimentare, ossia l’insieme delle connessioni fra diversi alimenti che, un po’ come avviene per la rete neuronale,  genera effetti differenti a seconda delle sue componenti.

In sostanza, questo approccio all’alimentazione sana evidenzia che occorre fare attenzione non solo a quali cibi vanno privilegiati, ma anche a quali alimenti  interconnettere fra loro. Per esempio, in chi associa spesso carne lavorata (salami, hot dogs, ecc.)  a cibo spazzatura, patatine fritte e altri alimenti ultralavorati e aggiunge spuntini ad alto contenuto di zuccheri e calorie,  la demenza può arrivare anni prima rispetto a chi assume un’ampia varietà di cibi più sani.

Selezione alimentare

Questo dato in parte conferma il razionale di diete come quella intermittente, la ketogenica o la mima-digiuno che per vie simili, ma diverse portano tutte a selezionare l’alimentazione vuoi per fascia oraria, vuoi per via metabolica, vuoi per restrizione calorica, dimostrando efficacia nei confronti di obesità, sindrome metabolica, ipertensione, insulino-resistenza, cardiopatie (2, 3) con conseguente vantaggio anche per le funzioni superiori.

Dieta frugale

Fra tutte forse la dieta in cui i vantaggi per il SNC sono stati più puntualmente dimostrati è quella che, dopo i recenti avvenimenti di Recovery Fund, oggi potremmo definire dieta frugale, ma che quando fu pubblicata nel 2016 su Alzheimer’s & Dementia (4) venne chiamata “dieta prudente” dai ricercatori svedesi dell’Aging Research Center del Karolinska Institute di Stoccolma diretti da Behnaz Shakersain che la provarono per 6 anni sui 2.223 soggetti del Swedish National study on Aging & Care-Kungsholmen (SNACK-K) ottenendo un miglioramento del punteggio MMSE (P = .011) significativamente correlato all’aderenza a tale dieta costituita principalmente da frutta, vegetali e grano integrale, cosa che invece non accadeva a chi seguiva la dieta occidentale classica con più carne, alimenti lavorati, zuccheri, birra e alcolici.

Questionario alimentare

Lo studio oggetto di questo articolo ha valutato una coorte di soggetti meno ampia di quella svedese estrapolata dal 3-City Bordeaux Study in cui i ricercatori francesi hanno potuto identificare 209 casi a rischio di demenza poi seguiti per 12 anni.

5 anni prima di entrare nello studio i soggetti arruolati dovevano compilare un questionario alimentare (in sigla FFQ, acronimo di food frequency questionnaire) con cui descrivevano non solo quali cibi consumavano ogni giorno, ma anche la frequenza con cui lo facevano, da un  minimo di una volta al mese al massimo di 4 volte al giorno.

Ogni 2-3 anni i soggetti venivano sottoposti a rivalutazione neurologica in modo da evidenziare eventuali correlazioni fra tipo di alimento, sua frequenza di consumo e progressione della demenza.

I più a rischio sono risultati quelli che consumavano preferibilmente cibi lavorati come salsicce, carne in scatola o patè in associazione a patatine, alcolici, oltre a far merenda con snack dolci di tipo commerciale.

“Abbiamo osservato che più la dieta è diversificata – commenta la Sameri – minore è il rischio di sviluppare demenza e nei casi che poi sviluppavano la malattia una scarsa differenziazione della rete alimentare si osserva già anni prima dell’esordio della sintomatologia dementigena.  I limiti dello studio sono stati due: l’incompleta raccolta dei dati in quanto non tutti i pazienti hanno completato adeguatamente il questionario e il fatto che non sappiamo esattamente  quali cambiamenti alimentari si siano verificati nell’arco dei 5 anni trascorsi dalla prima compilazione prevista nel protocollo di studio”.

Non solo alimentazione

Come noto lo sviluppo di demenza non è comunque correlato solo allo stile di vita alimentare: un altro studio pubblicato a fine luglio sempre su Neurology dai ricercatori della Pittsburgh University  della Pennsylvania diretti da Beth E. Snitz mette in risalto l’importanza della cosiddetta riserva cognitiva (5).

Oltre alla resilienza cognitiva vanno considerate anche varianti geniche come la cosiddetta apopiloproteina APOE ε2 che si  associa sia a un ridotto rischio di demenza, sia allo sviluppo di un minor numero di placche amiloidi in misura 6 volte maggiore rispetto a chi non è portatore di tale variante.

Per quanto protettiva la variante APOE ε2 è comunque piuttosto rara: nello studio USA ce l’avevano solo 10 persone su 100. E di queste il 70% non aveva sviluppato placche amiloidi che invece erano presenti nel restante 30%, cioè in 3 soggetti su 100.

Riemerge dunque l’importanza di ogni fattore come anche una corretta alimentazione. Se poi la si associa alla cura di altri stili di vita modificabili il rischio viene ulteriormente ridotto.

Nello studio di Pittsburgh i soggetti che ad esempio non avevano mai fumato avevano una possibilità 10 volte superiore di mantenere una normale cognitività in tarda età rispetto ai fumatori. E ciò anche se erano portatori di placche e se affetti da ipertensione, condizione che notoriamente ne favorisce la formazione e che quindi va considerata fra i fattori modificabili importanti per ridurre il rischio di demenza e non solo per quello tramite i cosiddetti DASH, acronimo di Dietary Approaches to Stop Hypertension.

BIBLIOGRAFIA

  1. Cécilia Samieri, Abhijeet Rajendra Sonawane, Sophie Lefèvre-Arbogast, Catherine Helmer, Francine Grodstein, Kimberly Glass: Using network science tools to identify novel diet patterns in prodromal dementia, Neurology May 2020, 94 (19) e2014-e2025; DOI:10.1212/WNL.0000000000009399
  2. Sofia Cienfuegos, Kelsey Gabel, Faiza Kalam, Mark Ezpeleta, Eric Wiseman, Vasiliki Pavlou, Shuhao Lin, Manoela Lima Oliveira, Krista A. Varady: Effects of 4- and 6-h Time-Restricted Feeding on Weight and Cardiometabolic Health: A Randomized Controlled Trial in Adults with Obesity, Cell Metabolism, https://doi.org/10.1016/j.cmet.2020.06.018;
  3. https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMra1905136
  4. Behnaz Shakersain, Giola Santoni, Susanna C Larsson, Gerd Faxén-Irving, Johan Fastbom, Laura Fratiglioni, Weili Xu: Prudent diet may attenuate the adverse effects of Western diet on cognitive decline, Alzheimers Dement. 2016 Feb;12(2):100-109. doi: 10.1016/j.jalz.2015.08.002;
  5. Beth E. Snitz, Yuefang Chang, Dana L Tudorascu, Oscar L. Lopez, Brian J. Lopresti, Steven T DeKosky, Michelle C. Carlson, Ann D. Cohen, M. Ilyas Kamboh, Howard J. Aizenstein, William E. Klunk, Lewis H. Kuller: Predicting resistance to amyloid-beta deposition and cognitive resilience in the oldest-old, Neurology, July 22, 2020,  DOI: https://doi.org/10.1212/WNL.0000000000010239

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento il 28 Luglio 2020 di: Alessandro Visca

Cesare Peccarisi

Giornalista scientifico, neurologo, editorialista del Corriere Salute, è stato Responsabile della Comunicazione Scientifica dell’istituto Neurologico Besta di Milano e di diverse società scientifiche.

Back To Top