Anedonia musicale, quando il cervello non apprezza la musica

Soprattutto negli ultimi anni gli eventi musicali dal vivo hanno avuto un dirompente sviluppo al punto da diventare addirittura obiettivo di azioni terroristiche come quella del Bataclan di Parigi del 2016 da parte dell’ISIS.

Il fenomeno, al di là del business commerciale, ha profonde radici psicologiche quali la capacità di farci sentire parte di una comunità empatica ove condividere con altri una nuova esperienza (1). Lo dimostra ad esempio un recente studio pubblicato su Music & Science da cui emerge come quando si chiede a qualcuno quali siano state le sue migliori esperienze musicali nella maggior parte dei casi fornisce risposte che si riferiscono a un concerto dal vivo (2).

Fra i tanti aspetti socioculturali bruscamente interrotti dalla pandemia rientrano anche i concerti, dove il lock down e il distanziamento sociale hanno improvvisamente lasciato cantanti e orchestrali senza pubblico.

Un recente esempio clamoroso riguarda proprio l’Italia dove per la prima volta da 71 anni l’appuntamento del festival di Sanremo ha dovuto fare i conti con le sedie vuote del Teatro Ariston.

Nonostante tutto ci ha pensato come al solito la televisione a far arrivare a tutti la musica che quest’anno nessun fortunato poteva fruire dal vivo e, secondo i dati di ascolto, la serata finale è arrivata a punte di 13 milioni e 203mila telespettatori.

Ma la musica fruita in TV o sullo schermo del PC ha la stessa valenza cognitivo-sensoriale di quella vissuta dal vivo fra le poltrone dell’Ariston o sul prato di uno stadio durante un concerto di Vasco Rossi?

Se lo sono chiesti i ricercatori della Missouri University of Science and Technology e del West Point Music Research Center della Military Academy che hanno appena pubblicato uno studio su Frontiers of Psychology (3) in cui, confrontando tramite risonanza funzionale le aree cerebrali di soggetti che assistevano all’esibizione di bande militari dal vivo e di quelli che le ascoltavano invece da uno schermo in laboratorio, hanno evidenziato come la musica venga apprezzata in maniera sovrapponibile dalle stesse aree cerebrali sia dal vivo sia se ascoltata dagli schermi TV di casa propria.

I ricercatori, che studiano da anni i meccanismi dell’elaborazione cerebrale della musica (4), così concludono: “Encouragingly, our results indicate that listeners can and do experience pleasure even while viewing a pre-recorded concert, suggesting that some elements of the live experience can be faithfully replicated virtually”.

Nonostante il Covid, grazie alla copertura televisiva di cui il Festival ha sempre goduto a differenza di tanti concerti “alla Vasco Rossi”, potrà quindi continuare a gratificare gli ascoltatori con le sue musiche che in media coinvolgono ogni anno il 32% dell’intera platea televisiva, costituito, secondo i santoni dello share,  per lo più da over 65enni.

Che cos’è l’anedonia musicale

Dal punto di vista statistico questi calcoli offrono lo spunto per sottolineare la verosimile mancata considerazione di quel 5% di soggetti che soffre di anedonia musicale, un disturbo che non consente di apprezzare i suoni armonici e che in Italia interesserebbe circa 3 milioni di persone che probabilmente restano fuori dai conteggi di share.

A costoro infatti il Festival non piacerebbe nemmeno se avessero la poltrona in prima fila all’Ariston: nel 2019 sono stati oggetto di uno studio condotto tramite DTI (diffusion tensor imaging – una tecnica di Risonanza Magnetica che permette l’analisi delle proprietà diffusive e della direzionalità del flusso delle molecole d’acqua all’interno dei tessuti in vivo ndr) pubblicato sugli Annals della N.Y. Academy of Science dai ricercatori Psyche Loui e Ajay Satpute della Northeastern University (5) che l’hanno definita una sorta di autismo per la musica perché, oltre al distacco empatico per la melodia, evidenzia un’ipoattività della gratificazione dopaminergica che, per quanto confinata alle sole aree dell’apprezzamento musicale, finirebbe con l’influenzare anche quelle dell’interazione sociale (6), un problema che in questo periodo può esporli alle negative conseguenze psicologiche del distanziamento imposto dal COVID.

Bibliografia

  1. Brown, S. C., and Knox, D. (2017). Why go to pop concerts? The motivations behind live music attendance. Music. Sci. 21, 233–249. doi: 10.1177/1029864916650719
  2. Krause, A. E., Maurer, S., and Davidson, J. W. (2020). Characteristics of self-reported favorite musical experiences. Music. Sci. 3:205920432094132. doi: 10.1177/2059204320941320
  3. Belfi AM, Samson DW, Crane J and Schmidt NL: Aesthetic Judgments of Live and Recorded Music: Effects of Congruence Between Musical Artist and Piece, Front. Psychol., 04 February 2021 https://doi.org/10.3389/fpsyg.2021.618025
  4. Loui, P., Patel, A.D., Gaab, N., Wong, L.M., Hanser, S., Schlaug, G. (2018). Music, Sound and Health: A Meeting of Minds in the Neurosciences of Music. Annals of the New York Academy of Sciences, 1423(1), 7-9
  5. Belfi AM and Psyche Loui: Musical anhedonia and rewards of music listening: current advances and a proposed model, https://doi.org/10.1111/nyas.14241
  6. Savage, P. E., Loui, P., Tarr, B., Schachner, A., Glowacki, L., Mithen, S. J., & Fitch, W. T. (2020). Music as a coevolved system for social bonding. Behavioral and Brain Sciences. In press

Ultimo aggiornamento il 29 Marzo 2021 di: Pierpaolo Benini

Cesare Peccarisi

Giornalista scientifico, neurologo, editorialista del Corriere Salute, già Responsabile della comunicazione scientifica dell’Istituto Neurologico Besta di Milano e di diverse Società Scientifiche Italiane.

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