Vitamina D e Omega-3 possono ridurre il rischio di malattie autoimmuni?

L’analisi secondaria dei dati raccolti in un grande studio di popolazione ha rivelato che 5 anni di supplementazione con vitamina D hanno ridotto del 22% le nuove diagnosi di malattie autoimmuni (artrite reumatoide, polimialgia reumatica, psoriasi e altre), mentre 5 anni di supplementazione con Omega-3 hanno ridotto del 18% le diagnosi incidenti delle stesse malattie.

Uno studio randomizzato sugli effetti preventivi delle supplementazioni

La ricerca è uno studio secondario condotto sui dati raccolti con il trial VITAL (VITamin D and OmegA-3 TriaL) progettato per verificare gli effetti delle supplementazioni sull’incidenza di cancro e malattie cardiovascolari. Nello studio sono stati arruolati un totale di 25.871 partecipanti (12.786 uomini di età ≥50 anni e 13.085 donne di età ≥55 anni). I pazienti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere vitamina D (2000 UI/giorno) o placebo, e quindi ulteriormente randomizzati a 1 g/giorno di acidi grassi omega-3 o placebo.

A 5 anni di follow-up, si sono verificate malattie autoimmuni incidenti confermate in 123 pazienti nel gruppo vitamina D, rispetto a 155 nel gruppo vitamina D placebo, traducendosi in un rapporto di rischio (HR) per la vitamina D di 0,78 (P = .045). Nel braccio Omega-3, 130 partecipanti hanno sviluppato una malattia autoimmune, rispetto ai 148 nel braccio Omega-3 placebo, che si è tradotto in un HR non significativo di 0,85.

Non c’era alcuna interazione statistica tra i due supplementi. I ricercatori hanno osservato un’interazione tra la vitamina D e l’indice di massa corporea, con l’effetto più forte tra i partecipanti con un basso indice di massa corporea (P = .02).

Nell’analisi multivariata aggiustata per età, sesso, etnia e altro braccio di integrazione, la sola vitamina D era associata a un HR per la malattia autoimmune incidente di 0,68 (P = 0.02), gli Omega-3 da soli erano associati a un HR non significativo di 0.74, e la combinazione è stata associata a un HR di 0.69 (P = .03).

Karen H. Costenbader, del Brigham & Women’s Hospital di Boston, MS (Usa), che ha presentato questi dati al congresso annuale dell’American College of Reumatology (ACR 2021), ha detto:

L’importanza clinica di questi risultati è molto alta, dato che si tratta di integratori non tossici e ben tollerati e che non esistono altre terapie efficaci note per ridurre l’incidenza delle malattie autoimmuni”.

I limiti dello studio

Costenbader e colleghi hanno riconosciuto i principali liniti di questo studio che sono: la mancanza di una popolazione ad alto rischio o carente dal punto di vista nutrizionale, dove gli effetti dell’integrazione potrebbero essere maggiori; la presenza di un campione limitato alla fascia di età over 50; e la difficoltà di confermare la malattia tiroidea autoimmune incidente.

Ultimo aggiornamento il 15 Novembre 2021 di: Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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