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Lipoproteina(a), test consigliato a tutti almeno una volta nella vita

Rita Caldarelli, patologo clinico spiega quali sono i vantaggi in termini di prevenzione cardiovascolare del test della Lp(a) e quali sono le difficoltà tecniche per un dosaggio accurato

La lipoproteina(a) (Lp(a)) è una variante strutturale delle lipoproteine a bassa densità (LDL) con proprietà pro-aterogene e pro-trombotiche. Le concentrazioni plasmatiche di Lp(a) sono associate, indipendentemente dai livelli di colesterolo LDL e da altri fattori di rischio CV tradizionali, ad un incremento significativo del rischio cardiovascolare.

In un recente documento di consenso, frutto della collaborazione tra diverse società scientifiche italiane impegnate nella gestione delle malattie cardiovascolari e nella medicina di laboratorio (SISA, SIC, ANMCO e SIBioC), si afferma che:

la valutazione della Lp(a), integrata con gli altri determinanti del rischio cardiovascolare, è ormai considerata imprescindibile per una corretta gestione clinica e l’individuazione di nuovi target terapeutici. Di conseguenza, è emersa con forza la necessità di includere la Lp(a) nella valutazione del rischio cardiovascolare globale, soprattutto nei soggetti con una storia personale di eventi precoci o ricorrenti, ipercolesterolemia familiare, storia familiare di eventi precoci e storia familiare di livelli elevati di Lp(a).”

 

Fonte: A.L. Catapano, P. Perrone Filardi, F. Oliva, et al. Lipoproteina(a) e rischio cardiovascolare:
una roadmap per la gestione del paziente, Giornale Italiano dell’Arteriosclerosi 2025; 16 (2): 7-31

A Rita Caldarelli, patologo clinico della ASST Melegnano–Martesana (MI), abbiamo chiesto di chiarire il ruolo della valutazione delle concentrazioni di Lp(a) nella pratica clinica e quali sono le problematiche laboratoristiche da affrontare per un dosaggio accurato.

Professoressa Caldarelli, quali sono, dal punto di vista biologico, i meccanismi che rendono la Lp(a) pro-aterogena e pro-trombotica?

La lipoproteina(a) è una lipoproteina a bassa densità, simile all’LDL. Trasporta colesterolo, ma soprattutto veicola fosfolipidi ossidati, che svolgono un ruolo chiave nei processi aterosclerotici. Questi fosfolipidi ossidati interagiscono con l’endotelio vascolare, lo danneggiano e favoriscono l’accumulo sulla parete dei vasi, contribuendo alla formazione di placche e trombi.

Un altro elemento distintivo della Lp(a) è la sua marcata determinazione genetica: l’80–90% della sua concentrazione plasmatica dipende dal patrimonio genetico individuale. A differenza di altre lipoproteine, non è influenzata in modo significativo da fattori esogeni, come la dieta, poiché viene sintetizzata prevalentemente dal fegato.

La sua struttura è particolarmente complessa: è formata da una particella LDL che contiene apoB-100 e da un’apolipoproteina specifica, apo(a). Questa configurazione conferisce proprietà pro-infiammatorie, legate alla stimolazione di citochine infiammatorie, e proprietà pro-trombotiche, poiché apo(a) è strutturalmente simile al plasminogeno. Questa somiglianza interferisce con i meccanismi di fibrinolisi: i trombi si sciolgono più difficilmente, aumentando il rischio cardiovascolare complessivo.
In sintesi, Lp(a) è pro-aterogena, pro-infiammatoria e pro-trombotica”.

Nella pratica clinica del medico di medicina generale, in quali pazienti è più importante dosare la Lp(a)? Che valore aggiunto offre rispetto al profilo lipidico tradizionale?

fino a qualche anno fa la Lp(a) veniva considerata un fattore di rischio aggiuntivo, da dosare solo in gruppi selezionati: pazienti con rischio cardiovascolare elevato, storia personale o familiare di infarto, oppure con ipercolesterolemia familiare. Oggi la prospettiva è cambiata: essendo un parametro geneticamente determinato e stabile per tutta la vita, dai 2-3 anni fino all’età adulta, le linee guida suggeriscono di eseguire il dosaggio almeno una volta nella vita in tutta la popolazione. Questo perché non essendo influenzata da dieta o stile di vita, il suo valore rivela un rischio intrinseco, indipendente.

Ci sono comunque categorie in cui il dosaggio è particolarmente utile, come le donne in menopausa: in questa fase la Lp(a) tende a crescere leggermente. In generale, però, ogni individuo dovrebbe conoscerne il valore, poiché aggiunge un’informazione unica rispetto al classico profilo lipidico e permette una valutazione più accurata del rischio cardiovascolare globale”.

Dal punto di vista del laboratorio, quali sono le principali sfide tecniche nella misurazione accurata della Lp(a) e nel monitoraggio dei futuri trattamenti?

la Lp(a) fu scoperta nel 1963 e già negli anni ’80 veniva considerata un possibile marker cardiovascolare. Tuttavia, per decenni il vero ostacolo è stato di natura tecnica: la complessità strutturale della lipoproteina ha reso difficile sviluppare metodi di dosaggio affidabili, riproducibili e standardizzabili. Per misurare un analita in laboratorio servono calibratori e unità di riferimento riconosciute. La comunità scientifica aveva definito uno standard, ma negli anni ’90-2000 tale materiale di riferimento stava scomparendo, impedendo l’armonizzazione dei metodi.

L’avvento di strumentazioni più avanzate, come spettrometria di massa e sistemi immunometrici evoluti, ha finalmente permesso di sviluppare unità di riferimento stabili e reagenti certificati. Oggi il gold standard è il metodo immunologico ELISA, basato su anticorpi specifici anti-Lp(a). Questa tecnologia è stata poi adattata agli strumenti automatizzati di laboratorio, rendendo il dosaggio accessibile e affidabile anche nella routine.

Nonostante questi progressi, il monitoraggio dei nuovi trattamenti pone sfide ancora aperte. Le terapie, spesso anticorpi monoclonali o altri biologici, sono in fase iniziale e non disponiamo ancora di dati solidi sul comportamento della Lp(a) nel post-trattamento. Inoltre, i limiti di rischio variano tra diverse etnie e questo complica ulteriormente l’interpretazione dei risultati.”

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Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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