La cosiddetta “Legge sulle Semplificazioni” (legge 182/2025), entrata in vigore lo scorso 18 dicembre, contiene una novità importante relativa al rilascio del certificato medico per malattia. La visita a distanza (televisita) viene equiparata a quella in presenza. Anche se per l’operatività effettiva della norma bisognerà attendere un accordo in Conferenza Stato-Regioni che dovrà definire casi e modalità del ricorso alla telecertificazione, si tratta di un cambiamento rilevante per la professione del MMG.
Su questo tema abbiamo intervistato Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (OMCeO) di Milano, per comprendere le implicazioni di questa innovazione normativa per la medicina generale, tra opportunità di semplificazione e preoccupazioni legate alla responsabilità professionale.
Dottor Rossi, qual è la posizione dell’Ordine dei Medici di Milano rispetto a questa innovazione e cosa cambia concretamente per certificati di malattia e ricette?
Innanzitutto, dobbiamo distinguere i certificati di malattia e le ricette. Per quanto riguarda i certificati, la strada maestra secondo me è consentire, come in tutto il resto del mondo civile, l’autocertificazione della malattia nei primi giorni. Parliamo dei primi tre, cinque o sette giorni, questo naturalmente può essere oggetto di trattative e approfondimenti, ma quella è davvero la soluzione corretta. Il punto è questo: come può un medico certificare con certezza uno stato patologico legato a disturbi difficilmente obiettivabili? Pensiamo a una cefalea invalidante, seppur temporanea, o a una gastroenterite acuta. Sono condizioni che giustificano pienamente l’assenza dal lavoro, ma risultano estremamente difficili da verificare oggettivamente. È quasi paradossale costringere un lavoratore malato a recarsi dal medico per ottenere il certificato in questi casi: è sufficiente che dichiari le cose come stanno. D’altra parte, anche quando il medico conosce il paziente, fa un approfondimento anamnestico e un esame obiettivo, in alcuni casi la simulazione è possibile. Anche un medico assolutamente coscienzioso può essere indotto inconsapevolmente in errore. Questa è la realtà, per questo ribadisco: autocertificazione per i primi giorni di malattia”.
E per quanto riguarda la televisita per certificazioni più lunghe?
Tutto ciò che semplifica e rende meno coercitivo questo problema è benvenuto, ma bisogna scrivere bene le regole. Il punto critico è questo: se mi trovo di fronte a un paziente che ha bisogno di una prognosi lunga, non uno o due giorni ma una settimana o dieci giorni, è sufficiente un contatto video o è necessario vedere il paziente? Secondo me, nel momento in cui il medico appone la sua firma sul certificato, dovrebbe visitare il paziente e avere un contatto diretto. Non vorrei che si arrivasse a situazioni paradossali in cui un paziente, da un luogo non ben determinato, chiama dicendo “ho bisogno di due giorni di malattia” e pretende il certificato perché è consentito il teleconsulto. Il medico deve sempre poter dire: “Non è sufficiente il contatto a distanza, venga in studio perché voglio visitarla”. Ma se il paziente è fisicamente altrove, come si gestisce? Questa è una semplificazione che va nella direzione giusta, ma attenzione che non diventi la famosa ‘toppa peggiore del buco’”.
Come si affronta il tema della responsabilità del medico in questo contesto?
Questo è esattamente il punto cruciale. La responsabilità rimane sempre del medico, anche se la certificazione avviene tramite televisita. E sono purtroppo capitati casi concreti che ho avuto modo di appurare: persone che risultavano in malattia mentre erano in carcere o altre che hanno commesso rapine prima o dopo la visita, altre ancora che erano da tutt’altra parte svolgendo un altro lavoro. Quando il medico emette un certificato e lo firma, c’è una responsabilità professionale precisa. Per questo dico che nelle malattie di breve durata, dove i disturbi riferiti dal paziente sono difficilmente obiettivabili, dovrebbe essere il paziente stesso ad assumersi direttamente la responsabilità dichiarando di stare male e di non poter lavorare. Il medico lo vedrei intervenire in un momento successivo, e a quel punto, visitando effettivamente il paziente. Posso pensare a casi particolari, una convalescenza, un periodo di riabilitazione ambulatoriale, dove la televisita potrebbe avere senso, ma quando la prognosi è più lunga penso sia sempre opportuno che il medico visiti il paziente direttamente. Per questo resto cauto rispetto a questa innovazione, proprio per il discorso della responsabilità”.
Quale sarà il ruolo dell’Ordine per quanto riguarda formazione e supporto tecnologico ai medici di medicina generale?
Dobbiamo innanzi tutto precisare che bisogna decidere se la televisita si può fare con piattaforme accreditate, con regole precise, oppure anche con strumenti come WhatsApp o simili. Una televisita di cui poi non resta traccia alcuna, fatta con strumenti non certificati, non dovrebbe avere nessuna valenza. Vedo gli Ordini in prima fila nella formazione dei colleghi, proprio per far comprendere i rischi connessi a questo tipo di procedura. Naturalmente molto dipenderà da cosa decideranno esattamente il legislatore nazionale e quelli regionali, o per meglio dire i legislatori al plurale. Spero che non sia la solita ondata di provvedimenti presi fuori da ogni logica. Spero che ci siano dietro ragionamenti medico-legali ben precisi e che la Federazione non solo venga consultata, ma che i suoi pareri siano tenuti in grande considerazione. Perché consultarci per poi fare quello che si vuole significa tornare da capo. L’attività certificativa occupa una parte importante della deontologia professionale. Certificare significa “fare certo”, è un momento in cui le autorità chiedono al medico, in ragione del suo status professionale, di attestare determinate cose. Qui si entra nell’onore e nell’etica della professione, quindi il tema deontologico è strettamente connesso alla certificazione. Per questo vedo la necessità di fare formazione attraverso gli Ordini”.
Vuole aggiungere una considerazione conclusiva?
Sì, ciò che mi preme sottolineare è che questa materia non va risolta sull’onda di idee politiche o sindacali. È una materia molto seria che richiede logica e provvedimenti nell’interesse di tutti. Se ‘il resto del mondo’ si muove verso l’autocertificazione dei primi giorni di malattia, mentre l’Italia è uno dei pochissimi paesi, forse l’unico, a richiedere il certificato medico fin dal primo giorno, viene da chiedersi: siamo noi nel giusto o sono gli altri? Va bene che uno può ritenere di essere nel giusto anche se tutti gli altri fanno diversamente, ma qualche dubbio le autorità dovrebbero porselo. Questa questione va risolta con provvedimenti razionali, non emotivi, e soprattutto ascoltando i professionisti: i medici che emettono certificati quotidianamente, dalla mattina alla sera, e che possiedono un bagaglio di esperienza tale da poter consigliare adeguatamente le autorità. Questo è fondamentale”.



