Salvatore D’Antonio, pneumologo ed ex dirigente ospedaliero e presidente dell’Associazione Italiana Pazienti BPCO sottolinea il ruolo del medico di medicina generale nell’assistenza con broncopneumopatia cronico-ostruttiva:
“Il medico di medicina generale deve restare il punto di riferimento stabile del paziente cronico. Parliamo di persone fragili, spesso anziane, che necessitano di continuità assistenziale e di una relazione fiduciaria consolidata. Oggi, però, i MMG sono gravati da un eccesso di incombenze burocratiche che sottraggono tempo alla pratica clinica”.
A cosa si riferisce in particolare?
Un esempio emblematico è la Nota 99 di AIFA, che vincola la prescrizione di alcuni farmaci per la BPCO a specifici parametri spirometrici. Una misura che, nella pratica, ha creato difficoltà interpretative e ostacoli prescrittivi. Oggi disponiamo di terapie inalatorie in tripla combinazione che migliorano l’aderenza terapeutica, gli outcome clinici e riducono la mortalità, oltre a generare risparmi economici per il Servizio sanitario nazionale. Tuttavia, permane l’obbligo del piano terapeutico specialistico, con ulteriore aggravio burocratico”.
Qual è la sua valutazione sulle Case di Comunità?
Possono rappresentare un’opportunità, soprattutto per garantire una copertura assistenziale continuativa sulle 24 ore. Tuttavia, il rischio è che diventino semplici strutture di transito verso il pronto soccorso, senza una reale capacità gestionale sul territorio. La vera priorità resta costruire una rete territoriale efficace, soprattutto domiciliare”.
Quali strumenti ritiene prioritari?
Telemedicina, monitoraggio a distanza e strumenti semplici, come, per esempio, il pulsossimetro, che consentono di intercettare precocemente peggioramenti clinici e attivare interventi tempestivi, riducendo ricoveri e riacutizzazioni”.
Quali sono oggi le principali criticità assistenziali per i pazienti con BPCO?
Una delle maggiori carenze riguarda la riabilitazione respiratoria. I centri disponibili sono insufficienti e l’accesso è limitato. Inoltre, molte strutture vengono utilizzate come valvola di sfogo per il sovraffollamento ospedaliero, riducendo gli spazi dedicati ai percorsi riabilitativi programmati”.
Parliamo di riacutizzazioni…
Molte riacutizzazioni sono di origine virale, ma vengono trattate impropriamente con antibiotici, contribuendo all’antimicrobico-resistenza. Per questo insistiamo sulla necessità di rafforzare le coperture vaccinali nei pazienti fragili: antinfluenzale, antipneumococcica, anti-Covid e anti-Herpes zoster. Inoltre, chiediamo l’introduzione a livello nazionale della vaccinazione contro il virus respiratorio sinciziale negli over 70 fragili. Oggi, paradossalmente, l’unica regione ad averla implementata è la Sicilia”.
La prevenzione può incidere anche sulla sostenibilità del SSN?
“Vaccinare significa prevenire ricoveri, ridurre l’uso improprio di antibiotici e limitare le complicanze. La prevenzione rappresenta non solo un beneficio clinico, ma anche un investimento concreto per la sostenibilità del sistema sanitario”.
A Simona Barbaglia, presidente di Associazione nazionale pazienti Respiriamo Insieme APS, chiediamo quali criticità vivono oggi i pazienti respiratori cronici nel rapporto con la medicina generale.
“I pazienti guardano alla riforma territoriale del DM77 con aspettative elevate, ma anche con timore. Da un lato sperano in una presa in carico più vicina e continuativa; dall’altro temono che le criticità già esistenti possano persistere. I problemi più segnalati riguardano la difficoltà di accesso al medico di medicina generale, la scarsa continuità assistenziale e l’assenza di una reale integrazione tra professionisti. Molti pazienti, soprattutto con BPCO, riferiscono una presa in carico “intermittente”: il medico c’è formalmente, ma il sistema fatica a garantire follow-up strutturati e tempestivi. Il rischio è che la riacutizzazione venga intercettata tardi e sfoci direttamente in accessi al pronto soccorso o ricoveri”.
Quanto pesa il tema dell’aderenza terapeutica nelle patologie respiratorie?
“L’aderenza terapeutica è un tema centrale, ma non può essere letto solo come una responsabilità del paziente. Spesso il percorso assistenziale è complesso e frammentato: il paziente riceve indicazioni differenti tra pronto soccorso, medico di famiglia e farmacia, con cambi frequenti di device inalatori e senza un’adeguata educazione al loro utilizzo. In molti casi nessuno verifica davvero se il device venga utilizzato correttamente. Questo genera confusione, riduce l’aderenza e aumenta il rischio clinico, oltre ai costi per il Servizio sanitario”.
Quale ruolo può avere il medico di medicina generale nel migliorare l’aderenza?
“Il medico di medicina generale è una figura chiave perché conosce la storia clinica e il contesto del paziente. Tuttavia, deve essere messo nelle condizioni di dedicare tempo all’ascolto del paziente e all’educazione terapeutica. Nelle malattie respiratorie il corretto utilizzo del device è parte integrante della terapia. Per questo sarebbe utile prevedere momenti educazionali periodici sul territorio, anche di gruppo, dedicati alla verifica pratica dell’uso degli inalatori”.
In che modo le associazioni di pazienti possono supportare il territorio?
“Le associazioni possono diventare alleati operativi della medicina generale. Possono contribuire all’educazione terapeutica, organizzare incontri dedicati ai device e offrire strumenti informativi e prestazioni di supporto extra-clinico accessibili. L’obiettivo non è sostituirsi ai clinici, ma rafforzare la continuità assistenziale e sostenere il paziente nella gestione quotidiana della malattia”.
Quali criticità persistono oggi nell’integrazione tra territorio e specialistica?
“Il modello resta ancora troppo ospedale-centrico. In molte realtà manca una reale rete tra pneumologo, medico di medicina generale, infermiere di famiglia e altri professionisti coinvolti nella gestione delle comorbilità. I pazienti si aspettano che il DM77 favorisca il passaggio da un sistema centrato sul singolo specialista a un’équipe territoriale multidisciplinare, capace di lavorare sulla prevenzione delle riacutizzazioni e sul monitoraggio continuativo”.
Qual è il messaggio ai medici di medicina generale?
“Fare rete! Nei territori esistono associazioni di pazienti strutturate e operative che possono rappresentare un supporto concreto. La collaborazione tra medicina generale, specialistica e associazionismo può diventare uno degli elementi più utili per costruire una presa in carico realmente integrata del paziente respiratorio cronico”.



