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Case di Comunità, Fimmg: accordo utile se valorizza AFT e ruolo dei MMG

Secondo Ivan Carrara, segretario provinciale della FIMMG Bergamo l’intesa frena l’ipotesi di dipendenza e lascia spazio alla contrattazione locale

L’accordo sull’attività dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità, sottoscritto dalla Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg) e della Federazione medici territoriali (Fmt), ma non da altri sindacati medici, rappresenta uno dei passaggi più delicati del percorso di attuazione della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr.

Si tratta di un’opportunità per rafforzare il ruolo della medicina generale o di un cambiamento che rischia di modificarne l’identità? Ne parliamo con Ivan Carrara, segretario provinciale della Fimmg Bergamo.

Quale giudizio dà dell’accordo che disciplina la presenza dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità?

Si tratta di uno stralcio dell’Accordo collettivo nazionale, concordato prima dell’avvio della trattativa sul nuovo ACN. La necessità di chiudere rapidamente questa parte è legata soprattutto alle scadenze del PNRR e agli investimenti già effettuati sulle Case della Comunità. È un accordo che definisce una cornice generale, ma lascia ancora aperti diversi aspetti organizzativi e operativi che dovranno essere sviluppati a livello locale attraverso la contrattazione aziendale.”

Quali elementi considera più significativi?

Uno degli aspetti più importanti è che l’interlocutore non viene identificato nel singolo medico, ma nell’Aggregazione Funzionale Territoriale (AFT). È un passaggio coerente con l’impianto del DM 77 e con una visione organizzativa che punta a coinvolgere la medicina generale come sistema. Inoltre, la firma dell’accordo rappresenta un atto di responsabilità da parte dei medici di famiglia, che in molte aree del Paese stanno già affrontando una forte carenza di personale e un carico assistenziale crescente”.

L’accordo può essere considerato un’opportunità per la medicina generale?

Se le parti saranno capaci di individuare percorsi e ruoli che mettano realmente al centro il paziente, in particolare la presa in carico della cronicità e della fragilità, le Case della Comunità potranno diventare uno strumento di sviluppo della medicina generale. Tuttavia, il risultato dipenderà molto dalla fase successiva di contrattazione e dalla capacità di riempire queste strutture di contenuti concreti”.

Quindi non lo considera un arretramento?

L’alternativa che si è evitata con questo accordo era quella di un passaggio verso forme di dipendenza che avrebbero modificato radicalmente il modello della medicina generale. In questo senso l’intesa può rappresentare un’opportunità di rafforzamento, ma solo se verrà utilizzata per valorizzare il ruolo professionale dei medici di famiglia e non per limitarlo.

Questo accordo chiude definitivamente la prospettiva della dipendenza dei medici di medicina generale dal Servizio sanitario nazionale?

Per il momento rappresenta certamente un freno, stiamo infatti parlando di un accordo frutto della contrattazione e non di un modello imposto per legge, dove viene mantenuta una significativa autonomia organizzativa e la definizione concreta delle attività è demandata alla contrattazione territoriale. Sono elementi molto diversi dalla logica del rapporto di dipendenza”.

Il rischio di una riforma in quella direzione è quindi scongiurato?

Esistono ancora posizioni politiche favorevoli a una trasformazione del rapporto convenzionale e potrebbero esserci nuovi tentativi nei prossimi mesi. Tuttavia, questa intesa rappresenta una presa di posizione importante e rende più difficile procedere verso soluzioni che prescindano dal confronto con la categoria”.

Se Fimmg avesse potuto ripensare da zero il modello delle Case della Comunità, da dove sarebbe partita?

“Probabilmente dall’esperienza delle regioni che hanno già sviluppato modelli di integrazione territoriale, come Toscana ed Emilia-Romagna. In quei contesti le Case della Comunità stanno progressivamente entrando nei percorsi assistenziali e si iniziano a vedere risultati interessanti sul piano dell’integrazione tra professionisti e servizi”.

Qual è invece la criticità nelle regioni che partono oggi da zero?

Il problema è che spesso si chiede ai medici di garantire una presenza nelle Case della Comunità senza che siano stati definiti con chiarezza gli obiettivi, le attività e i percorsi assistenziali da sviluppare. A nostro avviso sarebbe stato più efficace partire dall’analisi dei bisogni dei territori e costruire da lì i servizi da erogare. In altre parole, prima definire contenuti e funzioni, poi organizzare le risorse professionali necessarie”.

Tra i medici circolano molte preoccupazioni sull’obbligo delle sei ore nelle Case della Comunità. Cosa prevede realmente l’accordo?

Su questo punto è importante fare chiarezza. La norma parla di un massimo di sei ore organizzate a livello territoriale, non di sei ore obbligatorie per ogni medico. La copertura avverrà innanzitutto attraverso i medici a ruolo unico che non hanno completato il proprio monte ore e successivamente attraverso le adesioni volontarie. Solo in un secondo momento, qualora fosse necessario, si procederà con ulteriori modalità di coinvolgimento definite a livello territoriale”.

Quindi molte delle preoccupazioni diffuse tra i colleghi sono infondate?

“Sta circolando l’idea che ogni medico di medicina generale debba necessariamente svolgere sei ore nelle Case della Comunità, ma non è quanto prevede l’accordo. Inoltre, la situazione varia molto da territorio a territorio: ci sono aree dove la copertura è già sostanzialmente garantita e altre dove sarà necessario costruire un’organizzazione più strutturata. Proprio per questo sarà fondamentale il lavoro che verrà svolto a livello locale nei prossimi mesi”.

Vedi anche: Case di comunità, Snami: “rischiamo di indebolire il rapporto di fiducia con i pazienti”

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Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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