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Case di comunità, l’accordo divide i sindacati della medicina generale

Fimmg e Fmt firmano l’intesa per rendere operative le case di comunità; Snami e Smi contestano obbligo orario, ruolo delle ASL e autonomia professionale dei MMG.

“Un passaggio di grande responsabilità della medicina generale a tutela dei pazienti, della categoria e dell’intero Servizio sanitario nazionale” così la Fimmg, Federazione italiana di medicina generale, ha commentato la firma, lo scorso 26 giugno, dell’ipotesi di Accordo collettivo nazionale (ACN) per i medici di medicina generale, che ha l’obiettivo di rendere pienamente operative le Case di Comunità (CdC).

Il documento, approvato in via definitiva dalla Conferenza Stato-Regioni, non è stato firmato da Snami, Sindacato nazionale autonomo medici italiani e Smi sindacato medici italiani.

“Ci troviamo di fronte a un testo che appare persino più penalizzante di un decreto imposto unilateralmente – dichiara il presidente dello Snami, Simona Autunnali –. Le Aziende sanitarie avranno il potere di imporre il fabbisogno orario, individuare le sedi e organizzare l’attività dei medici nelle Case di Comunità, mentre la contrattazione regionale viene sostanzialmente svuotata di qualsiasi reale capacità negoziale.”

Cosa prevede l’accordo

L’accordo prevede l’obbligo per i medici di medicina generale di presenza nelle CdC fino a 6 ore settimanali, per 48 settimane all’anno, tra le 8:00 e le 20:00, con un turno di almeno 3 ore continuative.

L’organizzazione è demandata alle ASL, che dovranno individuare il fabbisogno orario necessario per rendere operative le CdC. La retribuzione dei medici è invece stabilita da un tariffario nazionale che prevede un compenso orario pari a 38,72 euro, oltre oneri.

“I compensi – commenta Snami – sono fissati a livello nazionale e non possono essere oggetto di vera trattativa territoriale. Questo significa comprimere ulteriormente l’autonomia professionale e organizzativa dei medici di medicina generale.”

“in questa fase – afferma Fimmg – è necessario tenere insieme più esigenze: la sostenibilità del lavoro dei medici di medicina generale, la necessità del Paese di raggiungere gli obiettivi previsti dal PNRR e il dovere di evitare la restituzione di risorse che avrebbe conseguenze pesantissime sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale e, quindi, sui cittadini. A pagare il prezzo più alto sarebbero ancora una volta gli assistiti più fragili, più soli e più in difficoltà”.

Il futuro della medicina generale

Al di là della contingenza, ossia la necessità di rendere operative le CdC rispettando le scadenze previste dal Pnrr, il provvedimento potrebbe condizionare il futuro della medicina generale italiana. Qual è la strada che viene tracciata per i MMG? Anche su questo punto le visioni dei sindacati divergono.

La Fimmg sottolinea come il confronto di queste settimane abbia confermato la disponibilità della medicina generale a partecipare alla costruzione di un nuovo modello di sanità territoriale, purché fondato su regole chiare, risorse adeguate, equilibrio contrattuale e valorizzazione del ruolo dei medici di famiglia.

Mentre lo Snami afferma che: “dalla proposta emerge un impianto che non solo conferma tutte le criticità che il sindacato ha denunciato negli ultimi anni, ma le accentua ulteriormente, introducendo un modello organizzativo che svuota progressivamente la natura convenzionale della Medicina Generale.”

“Siamo davanti a una forma di dipendenza mascherata all’interno di un rapporto formalmente convenzionale – prosegue Autunnali –. Si attribuiscono alle Aziende poteri tipici del datore di lavoro senza riconoscere ai medici le tutele che deriverebbero da un rapporto di dipendenza.

Anche lo Smi parla di “stravolgimento della natura giuridica del rapporto di lavoro che attualmente disciplina l’esercizio della professione di medico di medicina generale con il Servizio Sanitario Nazionale. Secondo Pina Onotri, segretario generale dello Smi: “nella scelta d’imporre il debito orario con la prestazione aggiuntiva oraria obbligatoria si lede il principio di autonoma organizzazione del medico di medicina generale e si mina la flessibilità organizzativa essenziale per garantire la qualità delle cure nel territorio, aumentando, invece, i carichi di lavoro.”

Diversa la visione della Federazione dei medici territoriali (Fmt), che ha siglato l’accordo. Per Francesco Esposito, segretario nazionale Fmt, si tratta di “un accordo necessario che rispedisce al mittente un’offensiva volta a snaturare la natura stessa della medicina di famiglia. Tra luci e ombre, siamo riusciti a tenere la barra dritta: da un lato evitando un’interpretazione punitiva del debito orario, dall’altro trovando dei punti di incontro sulla necessità di salvare gli investimenti del Pnrr.”

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Alessandro Visca

Giornalista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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