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Declino cognitivo, la prevenzione è possibile

Piero Barbanti, ordinario di Neurologia al San Raffaele di Roma spiega come l'azione su 14 fattori di rischio modificabili possa prevenire o rallentare il decadimento cerebrale

Le ricerche sui meccanismi che determinano il deterioramento delle funzioni cerebrali con l’avanzare dell’età assegnano alla predisposizione genetica un ruolo solo parziale; il declino cognitivo non sarebbe quindi un destino ineluttabile, ma un processo almeno in parte modificabile.

Approfondiamo il tema con l’aiuto del professor Piero Barbanti, ordinario di Neurologia presso l’Università IRCCS San Raffaele di Roma.

Il cervello è un organo esigente

Sebbene rappresenti solo il 2% del peso corporeo, il cervello assorbe il 20% dell’energia circolante, e ogni carenza energetica o accumulo di sostanze tossiche è mal tollerato. Spiega Barbanti:

oltre all’elevata richiesta energetica, con un costante consumo di risorse, vi sono altri aspetti distintivi che incidono sul mantenimento delle funzioni cerebrali: l’impossibilità per il cervello di accumulare energia e la potenziale tossicità endogena, dovuta all’attività cerebrale fisiologica, che causa la produzione di metaboliti tossici. Prevenire il declino cognitivo significa, in pratica, agire su questi tre fronti.”

La mappa della prevenzione: i 14 fattori di rischio

Secondo il Rapporto 2024 sulla prevenzione, l’intervento e la cura della demenza stilato dalla Commissione Lancet circa il 45% dei casi di demenza è potenzialmente prevenibile, agendo su 14 fattori di rischio modificabili, legati alla salute generale e allo stile di vita.

“Questo indipendentemente dall’assetto dell’allele APOE ε4, la più nota variante genetica associata a un rischio aumentato o diminuito di sviluppare demenza- precisa Barbanti – le ricerche ci dicono che lo stile di vita, nelle varie fasi dell’esistenza, può avere un’importante funzione protettiva.”

Per ogni fattore di rischio è stato stimato un possibile contributo, in termini percentuali, allo sviluppo di declino cognitivo.

“Il controllo di parametri quali glicemia, livelli di colesterolo, pressione arteriosa, abitudine al fumo e sovrappeso – aggiunge Barbanti – appartiene alla sfera dei tipici fattori di rischio cardiovascolare. A questi si aggiungono l’inquinamento atmosferico e il trauma cranico. Altre variabili che riguardano più direttamente lo stile di vita sono la pratica di attività fisica e il consumo di alcol.”

Una funzione importante in chiave preventiva è assegnata ad aspetti che riguardano le attività intellettuali, il contatto sensoriale con il mondo esterno e la vita sociale. Spiega Barbanti:

mantenere un’attività cognitiva continua, intesa sia come impegno intellettuale che come svago, e avere una rete attiva di contatti sociali, è fondamentale. E non è possibile trascurare il peso di un’eventaule ipoacusia e/o calo della vista; la perdita di segnali sensoriali può causare la deafferentazione del cervello, accelerandone l’atrofia.”

Secondo Barbanti, inoltre:

è interessante notare come i fattori non biologici, come livello culturale e socialità, rivestano maggior importanza nelle fasi avanzate dell’età. Per esempio, un basso livello educativo incide per il 5% del rischio totale; così come isolamento sociale, sedentarietà e deficit visivi in età avanzata.”

Attività mentale e salute cerebrale: l’importanza della riserva cognitiva

Il livello di scolarizzazione influisce sulla riduzione del rischio di demenza anche a distanza di decenni, contribuendo alla costruzione della cosiddetta riserva cognitiva.

«L’attività intellettuale – aggiunge Brabanti – modifica fisicamente la struttura cerebrale: studiare e accumulare un bagaglio culturale significa rafforzare le connessioni sinaptiche, che svolgono un ruolo fondamentale nei processi di invecchiamento cognitivo. Possiamo immaginare i neuroni come alberi molto ramificati: un’attività intellettuale intensa rende le “fronde” di questi alberi più fitte e maggiormente intrecciate con quelle degli alberi vicini. L’invecchiamento cerebrale non dipende soltanto dalla perdita di neuroni, ma anche dalla progressiva riduzione delle connessioni tra di essi; se le fronde sono ben interconnesse, l’impatto di questa perdita è molto più contenuto. In un cervello caratterizzato da una minore densità di connessioni, invece, ogni perdita può tradursi in un deficit funzionale più rilevante. Investire nella cultura e nell’apprendimento fin da giovani significa accumulare un capitale biologico che potrà rivelarsi prezioso decenni più tardi.”

Legame tra depressione e declino cognitivo

Anche il  trattamento della depressione è una strategia di protezione del cervello contro la demenza. Precisa Barbanti:

il legame principale tra depressione e malattie neurodegenerative è di natura infiammatoria. Nei soggetti depressi si osserva un aumento delle citochine infiammatorie, sostanze che possono danneggiare la barriera ematoencefalica. Questo danno rende il cervello più vulnerabile all’ingresso di cellule infiammatorie esterne. Inoltre l’infiammazione legata alla depressione attiva le cellule della microglia e gli astrociti, che aumentano i recettori per le interleuchine; tale attivazione cellulare può favorire l’accumulo della proteina amiloide, considerata una delle “firme” dell’invecchiamento cerebrale patologico.”

“Un dato positivo – aggiunge Barbanti – riguarda l’effetto protettivo delle cure; tutti gli antidepressivi hanno un effetto favorevole sulla neurogenesi dell’ippocampo e facilitano la sinaptogenesi, ossia la ramificazione dei dendriti; per continuare con la metafora dell’albero, favoriscono la ramificazione delle fronde.”

Attività fisica, importante anche a bassi livelli

L’attività fisica rientra tra i 14 fattori di rischio modificabili fondamentali per la prevenzione del declino cognitivo; gli effetti sulla salute cerebrale si manifestano già con livelli moderati di movimento, tra i 3.000 e 5.000 passi al giorno. Afferma Barbanti:

l’azione protettiva dell’esercizio fisico sul cervello si esprime attraverso precisi canali: il miglioramento della salute cardiopolmonare, che favorisce aumento dell’ossigenazione del cervello; la riduzione dell’infiammazione, in quanto l’attività fisica agisce come un antinfiammatorio naturale contrastando uno dei processi chiave del declino cognitivo, e la produzione, da parte dei tessuti muscolari, di sostanze trofiche tra cui il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor, fattore neurotrofico cerebrale), le irisine e il VEGF (Vascular Endothelial Growth Factor, fattore di crescita endoteliale vascolare).”

Il ruolo del sonno

Il sonno, che non figura tra i 14 fattori di rischio identificati dalla Lancet Commission, svolge comunque un ruolo cruciale nel preservare l’efficienza del cervello, ed esercita un effetto protettivo verso la demenza. Spiega Barbanti:

durante il sonno profondo avviene l’80% di quello che viene chiamato flusso glinfatico. Il liquido cefalorachidiano, che di giorno bagna l’esterno del cervello, durante la notte penetra nell’interstizio cerebrale attraverso le guaine perivascolari, eliminando i metaboliti tossici accumulati e lasciando depositare alcune sostanze nutrienti. Senza un sonno di qualità, questo sistema di detossificazione fallisce, favorendo l’attivazione di processi infiammatori e l’accumulo di sostanze neurotossiche.”

La dieta che tutela la salute del cervello

Il tipo di alimentazione, secondo diverse ricerche, potrebbe avere un ruolo nella prevenzione del declino cognitivo, anche in presenza di sintomi manifesti. Afferma Barbanti:

secondo uno studio caso-controllo condotto in persone con malattia di Alzheimer in fase iniziale o compromissione cognitiva di grado lieve (MCI, Mild Cognitive Impairment), che spesso precede la malattia, un protocollo integrato comprendente dieta sana e a basso contenuto di carboidrati raffinati, esercizio fisico, gestione dello stress e supporto sociale, può modificare i biomarcatori della malattia nell’arco di 20 settimane».

“I partecipanti – aggiunge Barbanti – venivano seguiti in modo strutturato e spinti a praticare esercizio fisico, e inoltre istruiti sulla pratica di tecniche di controllo dello stress. Sul profilo alimentare, lo studio prevedeva una dieta che avesse un contenuto in carboidrati inferiore al 70%, con la restante componente divisa tra proteine e grassi sani (olio di oliva), e a scarso contenuto di acidi grassi saturi e cibi processati. Dopo cinque mesi, nel gruppo sperimentale sono stati riscontrati miglioramenti delle scale di valutazione clinica specifiche (ADAS, Alzheimer Disease Assessment scale e CDR Clinical Dementia Rating scale); questi pazienti presentavano inoltre livelli di insulina e colesterolo LDL inferiori, rispetto a quelli del gruppo di controllo, e una riduzione dell’acetilazione delle glicoproteine.” E conclude:

si tratta di interventi semplici, che hanno portato non miglioramenti clinici, ma anche laboratoristici, tra cui il rapporto tra le proteine amiloidi nel sangue, che indica l’evoluzione patologica dell’invecchiamento.”

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Stefania Cifani

Giornalista scientifica e Medical writer

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