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Come far cambiare stile di vita a chi non ha intenzione di farlo

La motivazione a cambiare non è necessariamente un prerequisito indispensabile, può essere l'obiettivo finale di un percorso strutturato

Quando si parla di prevenzione e di strategie per convincere i propri pazienti a cambiare stile di vita, emerge spesso la convinzione diffusa che gli interventi sui comportamenti funzionino solo nei pazienti già motivati e pronti a cambiare.

In un editoriale pubblicato da Medscape, Padmaja Patel, presidente dell’American College of Lifestyle Medicine, contesta questa impostazione, sostenendo che la motivazione non debba essere considerata un requisito preliminare, ma un obiettivo clinico, che può essere raggiunto nel tempo attraverso educazione, sostegno e relazione terapeutica.

Il punto di partenza è una domanda ricorrente: i buoni risultati degli interventi sullo stile di vita riguardano solo persone già disponibili al cambiamento? Secondo Patel, questa domanda è comprensibile, perché nella pratica quotidiana i pazienti più coinvolti sembrano spesso ottenere risultati migliori. Tuttavia, limitare il counselling o i programmi strutturati solo a chi appare motivato rischia di escludere proprio chi potrebbe trarne maggiore beneficio.

Le fasi del cambiamento

L’autrice richiama il modello transteorico del cambiamento, sviluppato negli anni ’80 da James Prochaska e Carlo Di Clemente, secondo cui le persone passano attraverso cinque fasi:

  1. precontemplazione (non si ha intenzione di cambiare),
  2. contemplazione (si pensa di cambiare),
  3. preparazione (ci si prepara a cambiare),
  4. azione (si cambia)
  5. mantenimento (si mantiene il cambiamento).

(vedi anche Raihan N, Cogburn M. Stages of Change Theory. [Updated 2023 Mar 6]. In: StatPearls [Internet]. Treasure Island (FL): StatPearls Publishing; 2026 Jan-.

La disponibilità al cambiamento non è quindi una condizione fissa, ma può variare nel tempo e anche all’interno dello stesso percorso di cura. A supporto di questa tesi viene citato l’Eat for Life Trial, condotto in chiese frequentate dalla comunità nera, che ha mostrato come i partecipanti inizialmente classificati come “precontemplatori” potessero ottenere cambiamenti paragonabili, o in alcuni casi superiori, a quelli dei soggetti già più avanti nella disponibilità al cambiamento.

Anche grandi studi come il Diabetes Prevention Program e Look AHEAD indicano che fattori sviluppati durante l’intervento — fiducia, autoregolazione, modifiche alimentari, capacità di mantenere il percorso — sono tra i predittori più consistenti degli esiti. Questo sposta l’attenzione dal profilo iniziale del paziente alla qualità e continuità dell’intervento offerto.

Un dialogo collaborativo e non prescrittivo

Sul piano pratico, Patel propone un approccio basato sull’autonomia del paziente. Il clinico dovrebbe evitare di imporre soluzioni non richieste e, prima di offrire informazioni, chiedere il permesso. Un esempio è domandare se il paziente desidera conoscere alcune strategie utili ad altri nella stessa situazione. In questo modo il dialogo resta collaborativo e non prescrittivo. Un altro elemento utile è proporre un “menu” di opzioni, non un obbligo: cambiare la colazione, camminare dopo cena, cucinare un pasto in più a casa. Il paziente sceglie da dove iniziare, rendendo il piano più realistico e personale.

Un ruolo importante viene attribuito agli incontri di gruppo. In questi contesti, pazienti con livelli diversi di motivazione possono confrontarsi, identificarsi con esperienze simili e trarre incoraggiamento da chi ha già compiuto alcuni passi. Il cambiamento viene così presentato non come prova di forza individuale, ma come processo condiviso, sostenuto da un’équipe interdisciplinare.

La conclusione dell’articolo è che l’aderenza non è casuale, ma può essere “progettata” attraverso programmi intensivi, obiettivi misurabili, contatti frequenti e piani personalizzati. Gli interventi sullo stile di vita possono produrre risultati clinici concreti, persino in ambiti come lo scompenso cardiaco. Per questo, ogni paziente dovrebbe ricevere l’opportunità di conoscere queste opzioni terapeutiche: ciò che appare come mancanza di motivazione può semplicemente indicare la necessità di un diverso contesto di cura.

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alessandro visca
Alessandro Visca

Giornalista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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