Il dolore è una delle manifestazioni dell’artrite reumatoide, e nonostante i progressi medici che hanno nel tempo permesso di controllare l’infiammazione, spesso può persistere anche nei pazienti in remissione clinica o che rispondono al trattamento. Questo rafforza l’ipotesi che alla base del dolore legato alla malattia vi siano cause non infiammatorie; secondo le ricerche anche depressione, ansia, disturbi del sonno e fattori psicologici possono influenzare la percezione del dolore.
Dolore inaccettabile, quali sono le cause?
In una quota rilevante di pazienti con artrite reumatoide il dolore resta ‘inaccettabile’ anche a distanza dalla diagnosi, con un impatto sulla qualità di vita e sulle limitazioni funzionali. Identificare precocemente i pazienti a maggior rischio di sviluppare dolore persistente potrebbe favorire l’avvio di interventi terapeutici mirati.
Con questo obiettivo, un gruppo di ricercatori della Lund University di Malmö (Svezia) ha analizzato i fattori predittivi del dolore ‘inaccettabile’ nei pazienti con artrite reumatoide, valutandoli sia nella popolazione complessiva sia nei soggetti con bassa attività infiammatoria. Lo studio, pubblicato su Annals of the Rheumatic Diseases, mostra che la presenza di dolore persistente non è causato solo dall’infiammazione, e che alcune caratteristiche presenti alla diagnosi sono associate a un rischio maggiore di dolore nel tempo.
Lo studio, di tipo osservazionale, ha incluso 10.297 pazienti che tra il 2012 e il 2020 avevano ricevuto una diagnosi di artrite reumatoide; i partecipanti, con età media di 60 anni e per due terzi donne, presentavano una durata mediana dei sintomi di quattro mesi.
L’analisi ha valutato i fattori predittivi di dolore inaccettabile e l’andamento del dolore, misurato tramite una scala analogica visiva (VAS, 0-100 mm), nei due anni di follow-up. L’attività infiammatoria della malattia è stata definita grazie ai valori di proteina C-reattiva (PCR): valori inferiori a 10 mg/L identificavano un basso grado infiammatorio, insieme alla presenza di non più di un’articolazione tumefatta, sul totale delle 28 articolazioni valutate.
A due anni di follow-up il 33,3% dei pazienti presentava dolore inaccettabile, e il 25,6% riferiva dolore inaccettabile nonostante una bassa attività infiammatoria.
Il dolore non dipende solo dal grado di attività infiammatoria della malattia
L’appartenenza al sesso femminile, un peggior vissuto della malattia, misurata dai valori degi PROs (patient-reported outcomes) ossia gli esiti riferiti dai pazienti, bassi livelli dei parametri infiammatori e un numero di articolazioni dolenti superiore a quello delle articolazioni tumefatte, sono risultati essere i fattori predittivi, al basale, sia del dolore inaccettabile sia del dolore inaccettabile in presenza di bassa attività infiammatoria, e sono risultati associati a una maggiore intensità del dolore nel tempo.
Anche il fumo e la presenza di una comorbidità psichiatrica o correlata al dolore sono risultati associati a una maggiore intensità del dolore nel corso del follow-up.
Lo studio ha confermato che livelli di dolore clinicamente inaccettabili sono frequenti nell’artrite reumatoide, e ha mostrato che si osservano più spesso in assenza di infiammazione. Inoltre gli esiti riferiti dai pazienti (PROs) e un’elevata differenza tra il numero di articolazioni dolenti e quello delle articolazioni tumefatte al momento della diagnosi potrebbero essere utili per prevedere il rischio di dolore inaccettabile.
Secondo gli Autori, lo screening dei pazienti che, al momento della diagnosi di artrite reumatoide, presentano una marcata discrepanza tra il numero di articolazioni dolenti e quello delle articolazioni tumefatte, PROs elevati e bassi livelli dei parametri infiammatori potrebbe consentire di identificare precocemente i soggetti a rischio di sviluppare dolore persistente, a favore dell’adozione di un monitoraggio più attento trattamenti appropriati.



