A pochi giorni dal via libera definitivo all’Accordo collettivo nazionale che introduce fino a sei ore settimanali di attività dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità, il confronto resta acceso. L’intesa, considerata da Governo e Regioni un passaggio decisivo per rendere operative le Case di Comunità previste dal Pnrr, continua a dividere il mondo della medicina generale.
Tra le voci critiche c’è quella di Roberto Carlo Rossi, presidente regionale di SNAMI Lombardia, che vede nel provvedimento il rischio di indebolire il rapporto fiduciario tra medico e paziente e di rendere ancora meno attrattiva una professione già alle prese con una grave carenza di ricambio generazionale.
Dottor Rossi, secondo i sostenitori dell’accordo, la presenza dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità dovrebbe rafforzare la presa in carico dei pazienti cronici e fragili. Ritiene che questa riforma possa realmente migliorare l’assistenza territoriale?
Il rischio è che l’intera operazione sia stata costruita più per rispondere agli obiettivi del PNRR che per ripensare in modo organico l’assistenza territoriale. Una riforma efficace dovrebbe partire dai bisogni reali dei cittadini e valutare quali modelli organizzativi siano più adatti a soddisfarli. Invece, si ha l’impressione che l’obiettivo prioritario sia rendere operative le Case di Comunità entro le scadenze previste. La medicina generale oggi, garantisce una presenza estremamente capillare sul territorio. A Milano, ad esempio, esistono centinaia di studi distribuiti nei quartieri, mentre le Case di Comunità sono numericamente molto inferiori. Per molte persone anziane o fragili, spostarsi verso una struttura centralizzata può rappresentare una difficoltà aggiuntiva. Inoltre, il rapporto continuativo con il proprio medico di fiducia rischia di essere indebolito da un modello che privilegia la presenza in una struttura rispetto alla relazione personale medico-paziente”.
Quali potrebbero essere, a suo giudizio, le principali criticità organizzative del nuovo modello?
La prima criticità riguarda proprio la continuità assistenziale. Il cittadino è abituato a rivolgersi a un professionista che conosce la sua storia clinica e personale. Nelle Case di Comunità potrebbe invece trovare medici diversi, con il rischio di una minore personalizzazione dell’assistenza. C’è poi il tema dell’appropriatezza prescrittiva e della responsabilità clinica. Quando il rapporto di fiducia e conoscenza reciproca viene meno, aumenta il rischio di una frammentazione dei percorsi di diagnosi e cura. Per questo ritengo che qualsiasi innovazione debba valorizzare, e non sostituire, il modello della medicina di famiglia basato sulla scelta fiduciaria del medico”.
L’accordo prevede nuovi obblighi organizzativi per i medici di famiglia. Questo renderà la professione più attrattiva per le nuove generazioni?
Purtroppo, temo l’esatto contrario: già molti colleghi percepiscono queste misure come un ulteriore aggravio burocratico e organizzativo in una professione che già oggi fatica ad attrarre nuovi medici. Se la riforma dovesse tradursi, prevalentemente, in obblighi aggiuntivi e turnazioni imposte, il rischio è quello di aumentare ulteriormente il disagio professionale. In un momento in cui il ricambio generazionale rappresenta una delle principali criticità della medicina generale, sarebbe necessario rendere la professione più attrattiva, non più complessa”.
Questo accordo potrebbe rappresentare anche un passo verso la trasformazione del medico di medicina generale da libero professionista convenzionato a figura sempre più assimilabile a un dipendente del Servizio sanitario nazionale?
È certamente uno degli aspetti più rilevanti del dibattito. L’organizzazione di turni obbligatori, l’assegnazione a sedi specifiche e altri strumenti previsti dall’accordo richiamano modalità tipiche del rapporto di dipendenza. Storicamente, il medico di medicina generale è un libero professionista convenzionato che organizza autonomamente la propria attività all’interno delle regole del Servizio sanitario nazionale. Questo modello è stato pensato per garantire un rapporto fiduciario stabile tra medico e paziente. Se si introducono progressivamente strumenti che limitano tale autonomia, si va inevitabilmente verso un’impostazione diversa. A mio avviso, sarebbe un errore, perché il valore della medicina generale risiede proprio nella continuità della relazione e nella possibilità per il cittadino di scegliere il proprio medico di riferimento”.
Quale approccio sarebbe stato preferibile per accompagnare l’evoluzione dell’assistenza territoriale?
Le riforme funzionano quando vengono costruite insieme ai professionisti che dovranno applicarle. Sarebbe stato opportuno avviare un percorso condiviso in co-progettazione con i medici di medicina generale e con le Regioni, individuando soluzioni sostenibili e realmente utili ai cittadini. Il rischio, altrimenti, è quello di introdurre cambiamenti pensati principalmente per soddisfare obiettivi amministrativi e scadenze istituzionali, senza produrre un reale miglioramento dell’assistenza. Le Case di Comunità possono rappresentare un’opportunità, ma solo se inserite in un progetto che valorizzi la medicina territoriale esistente e preservi il ruolo centrale del medico di famiglia nel percorso di cura”.



