Per i pazienti reumatici vaccinarsi significa anche ridurre fino al 20% il rischio di eventi cardiovascolari maggiori come infarto o ictus, della mortalità e dell’ospedalizzazione”.
Lo ha ricordato Crescenzio Bentivenga, reumatologo, responsabile dell’Ambulatorio di Cardioreumatologia dell’IRCCS Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, che al recente congresso del Collegio dei Reumatologi Italiani (CReI), di cui è coordinatore esecutivo, ha richiamato l’attenzione su un dato ancora sottovalutato.
Nel recente congresso del CRei abbiamo dedicato una sessione specifica al tema delle vaccinazioni. Un collega infettivologo ha presentato i dati più recenti sui benefici della vaccinazione e sui rischi legati alla mancata immunizzazione, soprattutto nei pazienti in terapia immunosoppressiva. Si è discusso legittimamente anche su quando vaccinare, se prima o durante i trattamenti e dei rischi infettivi associati all’immunosoppressione. Nella mia relazione ho approfondito il rapporto tra vaccinazioni e pazienti reumatici per definizione fragili per le molte comorbidità e ad alto rischio cardiovascolare, a mio parere un tema tanto cruciale quanto sottovalutato. I pazienti con malattie reumatiche, come l’artrite reumatoide, hanno infatti un rischio doppio di andare incontro, rispetto alla popolazione generale, ad infarto del miocardio, scompenso cardiaco e ictus; tale rischio ha una magnitudo paragonabile a quella del diabete. In questi pazienti, dunque, la vaccinazione non solo riduce le infezioni, ma rappresenta anche un efficace presidio protezione cardiovascolare indiretta”.
Potrebbe quantificare questo effetto protettivo cardiovascolare delle vaccinazioni?
I dati mostrano che, nei pazienti vaccinati, il rischio di evoluzione verso l’insufficienza cardiaca si riduce di circa il 20%, mentre le ospedalizzazioni si riducono sino al 30%.
Questi effetti sono stati osservati soprattutto con i vaccini più consolidati nella normale pratica clinica come quello antinfluenzale e antipneumococcico, ma dati recenti ci confermano che verosimilmente medesime aspettative e fiducia si debbano riporre anche per quello dell’herpes Zoster o del virus respiratorio sinciziale, che rappresentano ulteriori agenti nocivi oltreché abituali frequentatori degli anziani gravati già da importanti comorbidità e fragilità”.
Le tempistiche vaccinali nei pazienti in terapia immunosoppressiva sono spesso un nodo critico. Come andrebbero gestite?
In linea generale se il paziente non ha ancora iniziato una terapia immunosoppressiva, è sempre preferibile vaccinarlo prima dell’avvio di tale trattamento. I vaccini da utilizzare, come criterio di fondo, devono essere non vivi (ovvero non con virus attenuati) e non comportano generalmente insorgenza o riacutizzazione delle malattie reumatiche. Eventuali reazioni locali o sistemiche (come febbre o artralgie), come nel caso della somministrazione congiunta influenza-COVID, sono temporanee e non clinicamente rilevanti. Quando invece la vaccinazione deve essere eseguita in corso di terapia, occorre coordinare i tempi con il cronoprogramma dei farmaci biologici o delle infusioni. Idealmente, la vaccinazione dovrebbe avvenire a distanza di sicurezza dai trattamenti immunomodulanti che il paziente esegue; ove ciò non fosse possibile, può essere utile saltare una somministrazione/infusione per ottimizzare la risposta immunitaria”.
Un’altra questione è la scarsa adesione vaccinale tra i pazienti reumatici. Come affrontarla?
Circa un paziente su cinque rifiuta la vaccinazione. Le resistenze nascono spesso da paure che risultano infondate: il timore principale è che il vaccino possa “alterare” o compromettere l’organismo, lo stato generale di salute attuale e futura o possa peggiorare la malattia stessa rendendola di fatto resistente alle terapie .
Per questa ragione il medico deve informare in modo chiaro e personalizzato sui rischi concreti della mancata vaccinazione, non solo in termini di infezioni, ma anche di riacutizzazioni e complicanze cardiovascolari. Il reumatologo dovrebbe inoltre farsi promotore attivo della vaccinazione: in alcuni casi si potrebbe proporre una prima dose direttamente in ambulatorio, in modo da favorire l’adesione e creare fiducia nel percorso vaccinale”.
Quali messaggi chiave vorrebbe trasmettere ai medici di medicina generale?
Vorrei sottolineare che i pazienti reumatici rappresentano una categoria di pazienti con numerose comorbidità e ad alto rischio, non solo infettivo, ma anche cardiovascolare con possibilità reale, in considerazione della complessa terapia, di presentare effetti ed eventi avversi di ordine iatrogeno.
L’uso indiscriminato e l’abuso di farmaci antinfiammatori non steroidei, ad esempio, in soggetti anziani fragili con osteoartrosi e scompenso cardiaco può destabilizzare e far precipitare quadri clinici in equilibrio instabile, con ospedalizzazioni ed eventi prevenibili in molti casi.
Serve, dunque, una stretta collaborazione tra reumatologi e medici di medicina generale, per garantire prevenzione, monitoraggio e un corretto coordinamento terapeutico”.



