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La Peyronie, nuova opzione terapeutica a base di acido ialuronico

Un trattamento per la fase acuta, approvato da Ema e Aifa, segna una svolta nell'approccio terapeutico a una patologia spesso diagnosticata in ritardo, a causa di difficoltà di comunicazione

La malattia di La Peyronie è una patologia cronica infiammatoria a carico della struttura del pene che può determinare dolore, incurvamento, alterazioni morfologiche e disfunzione erettile. Interessa la tunica albuginea, la struttura che riveste i corpi cavernosi del pene, e comporta la formazione di placche fibrose che determinano una perdita di elasticità dei tessuti. Nei casi più gravi i depositi di sali di calcio possono portare alla calcificazione della placca.

La prevalenza della malattia in Italia non è nota, a causa di tabù socioculturali che limitano la comunicazione anche con il proprio medico. Secondo stime derivanti da uno studio multicentrico, in linea con quelle della letteratura internazionale, in Italia la malattia avrebbe una prevalenza del 7,1% negli uomini tra i 50-70 anni; può tuttavia interessare anche individui sotto i 40 anni, con una prevalenza tra l’1,5% e il 16,9%.

La malattia ha un impatto significativo sulla qualità di vita sessuale, psicologica e relazionale del paziente. Nonostante questo viene molto spesso diagnosticata con ritardo, quando il danno tissutale è stabilizzato e le possibilità terapeutiche risultano ridotte. Come spiega Andrea Salonia, docente di Urologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano:

la malattia evolve da una fase attiva, o ‘acuta’, della durata di 3-12 mesi, a una successiva fase ‘cronica’ nella quale tende a stabilizzarsi. Nella fase acuta sono presenti una risposta infiammatoria intensa, dolore durante l’erezione e progressiva deposizione di tessuto fibroso anelastico. È in questa fase che le terapie possono dare i migliori risultati, prima che alterazioni e fibrosi divengano irreversibili. Nella fase cronica il processo infiammatorio si esaurisce e il dolore tende a ridursi o scomparire; ma le alterazioni morfologiche a carico del pene – curvatura, deformità a clessidra, accorciamento – possono diventare irreversibili.”

Le cause alla base della patologia non sono note, ma “sono stati individuati alcuni fattori di rischio quali traumi del pene (inclusa la frattura peniena), diabete mellito – specie se non adeguatamente trattato -, ipertensione arteriosa, patologie autoimmuni, abitudine al tabagismo.” aggiunge Salonia.

Ritardo diagnostico, l’importanza del MMG

Pur essendo nota, la malattia è sottodiagnosticata in quanto coinvolge la sfera sessuale e intima del paziente, che spesso non viene condivisa nemmeno con il medico. “Per questo si tratta di una patologia che vive nel sommerso –  precisa Gianmarco Rea, medico di medicina generale e segretario della SIMG Lazio – Spesso i pazienti si rivolgono al medico dopo mesi, o anni, di adattamento alla deformità peniena, che diventa progressivamente “normalizzata” nel vissuto personale.”

Molti pazienti arrivano quindi all’attenzione dello specialista solo nella fase cronica, quando la fibrosi è ormai consolidata; questo anche perché la malattia di La Peyronie viene considerata una condizione fisiologica, e non patologica. Il medico di medicina generale potrebbe intercettare precocemente i segnali clinici sospetti, cercando di superare le difficoltà di comunicazione grazie a un rapporto fiduciario che permetta di affrontare la sfera sessuale, e arrivare a un sospetto di malattia. Prosegue Rea:

è fondamentale trasmettere ai pazienti messaggi chiari: curvature del pene, indurimenti palpabili, dolore, difficoltà nei rapporti sessuali o esiti di microtraumi non devono essere considerati normali. Parlare con il proprio medico è il primo passo per accedere a percorsi diagnostici e terapeutici efficaci, soprattutto in una fase in cui la malattia può ancora essere trattata con buoni risultati.”

Va tuttavia precisato che esistono certamente difficoltà che il MMG incontra nel percorso diagnostico. Spiega Rea:

una di queste riguarda la formazione in quanto, storicamente, la malattia di La Peyronie è stata poco trattata in ambito accademico, dove l’attenzione si concentrava soprattutto su condizioni urologiche più frequenti a scapito di quelle meno comuni. Alcuni medici di medicina generale possono quindi incontrare difficoltà nel riconoscere e inquadrare correttamente la patologia; non per carenza di competenze, ma per la scarsa disponibilità di informazioni aggiornate. Un ulteriore fattore da considerare è l’associazione automatica, tra “patologia urologica” ed “età avanzata”, che porta il medico di famiglia a focalizzarsi sulle patologie geriatriche più comuni, trascurando il dialogo con i più giovani. Infine, una questione di genere: i pazienti spesso trovano ancora più difficile riferire questo tipo di problematiche a una dottoressa, con il rischio di ritardare diagnosi e gestione della patologia.”

Nuova opzione terapeutica per la fase acuta

L’obiettivo principale del trattamento è modificare la storia naturale della malattia, intervenendo precocemente per ridurre l’infiammazione, limitare la fibrosi e preservare, per quanto possibile, l’elasticità dei tessuti. Cruciale l’intervento in fase acuta, nel corso dei primi mesi dalla comparsa dei sintomi. Le linee guida raccomandano l’uso di terapie a base di onde d’urto a bassa intensità, eventualmente in associazione a dispositivi per lo stretching penieno.

Una recente approvazione da parte di AIFA introduce una nuova opzione terapeutica per la fase acuta della malattia di La Peyronie. Spiega Salonia:

si tratta di un farmaco a base di acido ialuronico che interviene sul processo infiammatorio e proliferativo locale, modificando l’umidità all’interno della placca, con l’obiettivo di ridurre la componente infiammatoria e lo stress ossidativo, così da rendere meno rigida la placca fibrosa della tunica albuginea, favorire la corretta guarigione dei tessuti e prevenire l’evoluzione cicatriziale che, se non trattata, può impoverire gli effetti di procedure terapeutiche come i trattamenti di stretching.”

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Stefania Cifani

Giornalista scientifica e Medical writer

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