Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali, perché è meglio vaccinarsi

Solo il 40% dei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) ha un’adeguata copertura vaccinale per epatite B, varicella, influenza, papilloma virus, pneumococco, nonostante  i vaccini siano sicuri anche per questi pazienti.

Il dato è stato evidenziato al recente Congresso nazionale della Società Italiana di Gastro-Reumatologia, SIGR.

“Il problema di fondo” secondo Riccardo Ballanti, direttore U.O.C Gastroenterologia all’Ospedale Santo Spirito e San Filippo Neri di Roma “è che a tutt’oggi un significativo numero di pazienti affetti da MICI rimane inadeguatamente vaccinato. Per questa popolazione è di fondamentale importanza effettuare lo screening sistematico di tutte le infezioni che possono insorgere in corso di terapia con farmaci immuno soppressivi; è di assoluta rilevanza riconoscerle precocemente e trattarle secondo le linee guida del Ministero della Salute effettuando successivamente un adeguato follow-up.”

“È importante chiarire che il paziente colpito da malattie infiammatorie croniche intestinali non deve essere considerato, esclusivamente in base al proprio status, un soggetto con alterate capacità nel manifestare una risposta immunesegnala Ballanti, “In altre parole, il paziente affetto da deficit immunitario ha un’alterazione dell’immunità cellulare che incrementa il rischio di contrarre una complicanza infettiva”.

Secondo  Bruno Laganà, presidente della SIGR “i pazienti che assumono dosi più elevate di immunosoppressivi o farmaci biologici come gli anti-TNF corrono il rischio di indebolire ulteriormente un sistema immune già non ottimale. È il caso del rischio di riattivazione d’infezioni come il citomegalovirus, l’Epstein-Barr virus (EBV), l’epatite B (HBV), varicella, tubercolosi etc. Inoltre i pazienti con Malattie Croniche Intestinali hanno un rischio maggiore di contrarre polmoniti batteriche dovuto all’assunzione di terapia steroidea, tiopurine e farmaci biologici”.

Negli individui affetti da MICI è necessario considerare lo screening anti-HCV e, in caso di positività, dosare la viremia plasmatica. I farmaci immunomodulatori non sono controindicati nei pazienti con epatopatia cronica C, ma devono essere usati con cautela per il rischio d’improvviso aumento delle transaminasi. Anche il test anti-HIV è raccomandato prima di iniziare la terapia con i farmaci immunosoppressori sia per il rischio aggiuntivo di contrarre malattie opportunistiche sia per il decorso delle eventuali infezioni HIV-correlate.

Le linee guida europee ECCO (European Crohn’s and Colitis Organization) del 2014 raccomandano di sottoporre i pazienti affetti da MICI ad alcune vaccinazioni specifiche, come quella contro l’epatite B, varicella, influenza, papilloma virus e pneumococco. Tali vaccini sono sicuri nei pazienti affetti da MICI e non sono associati al rischio di riacutizzazione della malattia infiammatoria cronica intestinale.Tutti i pazienti con MICI dovrebbero essere sottoposti annualmente a vaccinazione anti influenzale per evitare il rischio di complicanze.

Le linee guida USA distinguono i pazienti trattati con farmaci a basso impatto sul sistema immunitario (come la mesalazina e gli antibiotici), e pazienti associati a terapie con effetto immunosoppressivo, (comprendenti tiopurine, cortisonici e farmaci biologici). I farmaci immunosoppressori, per quanto molto efficaci nel controllo dell’infiammazione intestinale, possono esporre i pazienti ad un aumentato rischio di infezioni o alla possibilità di riattivazione di infezioni latenti. Per questo motivo, risulta fondamentale il ruolo di protezione dalle infezioni offerto dalle vaccinazioni, soprattutto per pazienti in terapia immunosoppressiva o che dovranno ricevere tale trattamento.

L’immunodepressione è compresa anche nelle condizioni di rischio citate dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-2019 del Ministero della Salute. Sono da considerare fattori di rischio l’età maggiore di 50 anni e la combinazione di più farmaci immunosoppressivi: secondo alcuni studi, passando dalla monoterapia alla terapia di combinazione, il rischio di infezioni aumenta da circa 3 a 15 volte.