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L'approccio integrato alla micosi fungoide e alla sindrome di Sézary

L’approccio integrato alla micosi fungoide e alla sindrome di Sézary

La persona al centro, non solo il paziente. Intervista alla dott.ssa Serena Rupoli, Clinica di Ematologia dell'AOU “Ospedali Riuniti” di Ancona

I linfomi cutanei a cellule T rappresentano un gruppo eterogeneo di neoplasie linfoproliferative non Hodgkin, caratterizzate da un’iniziale localizzazione primaria a livello cutaneo senza evidenza di coinvolgimento extracutaneo al momento della diagnosi iniziale. Tra questi, le due forme clinicamente più rilevanti e meglio caratterizzate sono la micosi fungoide e la sindrome di Sézary.

La micosi fungoide ha in genere un decorso lento e progressivo. Le sue prime manifestazioni – chiazze e placche eritematose, pruriginose, spesso localizzate in sedi coperte – sono facilmente confondibili con malattie dermatologiche benigne. Questa caratteristica di “mimetismo clinico” può comportare ritardi diagnostici significativi. La sindrome di Sézary, invece, è una variante leucemica più aggressiva: comporta un coinvolgimento sistemico precoce, con eritrodermia, linfoadenopatie polidistrettuali e presenza di linfociti neoplastici nel sangue periferico.

Le due patologie, pur condividendo l’origine T-cellulare e la primitiva localizzazione cutanea, divergono per gravità, prognosi, risposta terapeutica e necessità gestionali. Il punto critico comune a entrambe queste malattie rare rimane la diagnosi precoce e la presa in carico tempestiva e multidisciplinare del paziente.

Ne discutiamo con la Dott.ssa Serena Rupoli, Clinica di Ematologia presso l’A.O.U. “Ospedali Riuniti” di Ancona, figura di riferimento nazionale nella diagnosi e cura di queste patologie.

Dottoressa, ci può spiegare in cosa consistono la micosi fungoide e la sindrome di Sézary e quali sono le principali sfide nella loro diagnosi?

“La micosi fungoide e la sindrome di Sézary sono linfomi cutanei primitivi a cellule T, inseriti nella classificazione dei linfomi non Hodgkin extranodali. Sono malattie rare, ma non rarissime: insieme rappresentano circa il 50% di tutti i linfomi primitivi cutanei. La difficoltà diagnostica deriva innanzitutto dalla loro presentazione clinica, spesso aspecifica. In particolare, la micosi fungoide si manifesta inizialmente con chiazze o placche che imitano dermatiti croniche, psoriasi o infezioni micotiche. Il loro aspetto può variare nel tempo, e spesso rispondono transitoriamente a terapie topiche, confondendo ulteriormente il quadro clinico.

Il secondo elemento critico è l’interpretazione istologica: le biopsie cutanee nei primi stadi possono mostrare un infiltrato linfocitario modesto, talvolta non distinguibile da condizioni infiammatorie reattive. Anche per il patologo, quindi, la diagnosi può rappresentare una sfida ed il ritardo medio nella diagnosi, secondo la letteratura, è di circa 3-4 anni.”

La rarità e l’atipicità di queste patologie rendono difficile un riconoscimento tempestivo. Ritiene che oggi ci sia una sufficiente sensibilizzazione tra i medici?

“La conoscenza e consapevolezza dei medici sta migliorando, ma c’è ancora molta strada da fare. Negli ultimi anni, anche grazie all’impegno di aziende farmaceutiche come Kyowa Kirin, sono state avviate campagne formative che coinvolgono medici di medicina generale, dermatologi e specialisti ospedalieri. Queste campagne hanno aumentato la consapevolezza di tali patologie, ma è fondamentale tradurre la conoscenza teorica in protocolli diagnostici pratici.

La FIL, Fondazione Italiana Linfomi con la Commissione Italiana per i Linfomi Primitivi Cutanei, lavora proprio in questa direzione: creare linee guida condivise, rafforzare le collaborazioni inter-specialistiche e istituire centri di riferimento capaci di gestire in modo coordinato questi pazienti.”

Quanto incide una diagnosi precoce sulla prognosi e sulle opzioni terapeutiche disponibili?

La diagnosi precoce è determinante. Nella micosi fungoide, i pazienti diagnosticati in stadio iniziale hanno una sopravvivenza che può essere paragonabile a quella della popolazione generale; in questi casi, è possibile intervenire con terapie topiche o fototerapia, minimizzando gli effetti collaterali e l’impatto sulla qualità di vita. Tutt’altra situazione si presenta nella sindrome di Sézary: trattandosi di una forma leucemica, la sopravvivenza mediana è di circa 32 mesi, con una sopravvivenza a 5 anni che varia tra il 10% e il 30%.

Il riconoscimento precoce delle lesioni è dunque essenziale. Le chiazze della micosi fungoide possono presentare caratteristiche peculiari: margini netti, superficie sottile e desquamante, localizzazione preferenziale su aree non esposte al sole, e recedere temporaneamente dopo esposizione solare o uso di corticosteroidi. Visto questo comportamento ingannevole che ne ritarda la diagnosi, è necessario un alto indice di sospetto clinico.”

Quali specialisti sono coinvolti nella gestione ottimale di questi pazienti e come si struttura il percorso terapeutico?

“Il medico di medicina generale è spesso il primo punto di contatto con questa tipologia di pazienti. Segue il dermatologo, che può riconoscere i segni sospetti e attivare l’iter diagnostico. L’anatomopatologo ha un ruolo cruciale ma, come dicevo, deve essere esperto: servono biopsie adeguate, un pannello immunoistochimico specifico per i linfociti T e, quando possibile, tecniche di biologia molecolare per identificare la clonabilità delle popolazioni.

L’ematologo interviene per completare la stadiazione: esami del sangue, imaging radiologico, citofluorimetria per rilevare eventuali cloni aberranti nel sangue periferico. Le terapie sono adattate allo stadio: si parte da corticosteroidi topici o fototerapia nei primi stadi, fino ad arrivare a farmaci immunomodulanti, anticorpi monoclonali, terapia sistemica, fotoferesi extracorporea, radioterapia localizzata o trapianto allogenico nei casi avanzati.

È fondamentale che il team includa anche radioterapisti, medici trasfusionali, psicologi, e nel caso di trapianti anche specialisti trapiantologi. Serve una rete integrata, ben coordinata.

Quali aspetti della vita quotidiana sono più compromessi in questi pazienti e come possono essere supportati?

La malattia incide profondamente sia sul piano fisico che psicologico. Le lesioni cutanee visibili, ulcerate o desquamanti, possono causare dolore, prurito e disagio sociale. L’alopecia, frequente nelle forme follicolotropiche, colpisce duramente soprattutto le donne. La qualità della vita è spesso gravemente compromessa, anche nei casi in stadio iniziale. Studi americani mostrano che pazienti in stadio precoce riportano livelli di ansia e depressione comparabili a quelli di pazienti con patologie croniche severe come l’insufficienza renale o il diabete.

Stiamo proponendo al nostro Comitato Etico un questionario di autovalutazione del benessere psicofisico specifico per le micosi fungoide e sindrome di Sézary. Questo strumento, validato a livello internazionale, potrà permettere al paziente di esprimere in autonomia il proprio vissuto, senza mediazione clinica da parte del medico, facilitando così un approccio più centrato sulla persona.”

Come evolve il rapporto medico-paziente in presenza di patologie rare e croniche come queste?

La relazione deve basarsi sulla fiducia e sulla trasparenza. È fondamentale non creare false speranze ma nemmeno allarmismi inutili. Occorre comunicare che si tratta di una patologia cronica, che richiede monitoraggio costante e collaborazione attiva da parte del paziente e dei caregiver. Il coinvolgimento dei familiari è spesso indispensabile, anche per accompagnare i pazienti in ospedale, gestire a domicilio medicazioni cutanee complesse e sostenere emotivamente i propri familiari.”

Cosa si può fare per migliorare ulteriormente la formazione del personale e l’accesso all’informazione per i pazienti?

“Servono eventi formativi interdisciplinari, materiali divulgativi semplici ma autorevoli, iniziative di sensibilizzazione regionali e nazionali; anche Il web può essere uno strumento potente: con l’aiuto di esperti di comunicazione e design, possiamo realizzare piattaforme informative accessibili anche alle persone anziane. Inoltre, iniziative come registri regionali e nazionali possono permettere di raccogliere dati real-world e migliorare le strategie terapeutiche. La nostra esperienza marchigiana, attiva da 28 anni, indica l’utilità di una rete multidisciplinare “dedicata”; grazie al globale lavoro di squadra, abbiamo raccolto dati su oltre 600 pazienti, con un incremento progressivo nel corso degli anni. Questo modello potrebbe — e forse dovrebbe — essere proposto anche a livello nazionale.”

Bibliografia

  • Pileri A et al . Eur J Dermatol 2023; 33(4): 360-367 360 EJD, vol. 33, n° 4, July-August 2023 Epidemiology of cutaneous T-cell lymphomas: state of the art and a focus on the Italian Marche region
  • Latzka, J. et al., EORTC consensus recommendations for the treatment of mycosis fungoides/Sézary syndrome – Update 2023. European Journal of Cancer; Volume 195, 113343
  • Brazel, D. et al., Assessing Health-Related Quality of Life in Mycosis Fungoides and Sézary Syndrome: Unmet Needs. Cancers 2024, 16, 2757
  • Zinzani PL, Quaglino P, Violetti SA, et al. Critical concepts and management recommendations for cutaneous T‐cell lymphoma: A consensus‐based position paper from the Italian Group of Cutaneous Lymphoma. Hematological Oncology. 2020;1–9

in collaborazione con Kyowa Kirin

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Redazione

articolo a cura della redazione

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