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Malattie epatiche, disponibile un nuovo modello predittivo

Ricercatori del Karolinska Institute hanno sviluppato un nuovo indicatore in grado di stimare con accuratezza il rischio di cirrosi ed epatocarcinoma

Il carico globale della malattia epatica cronica è in crescita; la cirrosi rappresenta l’undicesima causa di morte a livello mondiale, mentre l’epatocarcinoma è il sesto tumore più comune e la quarta causa di morte oncologica. Sul fronte della epatopatia cronica, con una prevalenza globale stimata al 38% -particolarmente elevata tra i pazienti con diabete di tipo 2 o obesità- la MASLD (malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica) è la patologia più comune.

Il trend in crescita di queste patologie accentua la necessità di disporre di test non invasivi, economici e facilmente applicabili nella medicina primaria, che permettano di individuare i pazienti con malattia epatica prima che si sviluppino cirrosi ed epatocarcinoma.

Come test di primo livello per l’identificazione della malattia pre-cirrotica, le linee guida raccomandano l’uso del punteggio FIB-4 (Fibrosis-4, indicatore per studiare lo stato del tessuto epatico); inizialmente sviluppato per la rilevazione della fibrosi avanzata nei pazienti con co-infezione da HIV e HCV, è stato poi impiegato anche ad altri gruppi con epatopatie.

Sono tuttavia sorti dei dubbi sull’utilizzo di FIB-4 nella popolazione generale e nell’ambito delle cure primarie, dove la prevalenza della fibrosi avanzata è bassa. Inoltre, sebbene FIB-4 sia relativamente efficace nel rilevare la fibrosi al momento del test, risulta meno utile nel prevedere l’insorgenza di una futura cirrosi.

Il nuovo modello CORE (Cirrhosis Outcome Risk Estimator) è stato studiato per stimare il rischio di esiti epatici avversi maggiori (MALO, major adverse liver outcomes) e, a differenza di altri indicatori, pensato per poter essere applicato alla popolazione generale e impiegato in un contesto di medicina generale.

Il modello è già stato validato in diversi paesi, ed è disponibile in formato digitale tramite una piattaforma online dedicata ai medici. Questo approccio potrebbe rappresentare un cambiamento nella diagnosi precoce di cirrosi e carcinoma epatocellulare, permettendo l’identificazione tempestiva dei soggetti a rischio, prima della comparsa dei sintomi. Il lavoro è stato pubblicato sul British Medical Journal.

Migliore capacità predittiva del rischio cirrotico nel lungo periodo

Il principale obiettivo dello studio era quello di valutare, a 10 anni, il numero di casi MALO:  cirrosi compensata e scompensata, epatocarcinoma, trapianto di fegato e mortalità epatica. Il nuovo modello è stato sviluppato su 480.651 individui, senza storia nota di malattia epatica, e con esami del sangue eseguiti in medicina generale o in ambito di screening sanitario aziendale. Per l’elaborazione del modello di rischio sono stati infatti impiegati biomarcatori di laboratorio facilmente reperibili; età, sesso, aspartato aminotransferasi (AST), alanina aminotransferasi (ALT) e γ-glutamil transferasi (GGT) sono tra i parametri considerati

La validazione ha coinvolto due coorti di individui, rispettivamente di 24.191 e 449.806 individui, anch’essi privi di storia nota di malattia epatica.

Nel corso di un lungo periodo di osservazione (follow-up mediano di 28 anni) sono stati osservati 7.168 eventi MALO, con un rischio a 10 anni di 0,27%.

Nel complesso, la capacità predittiva del punteggio CORE è risultata dell’88%, superiore al 79% che caratterizza il punteggio FIB-4. Secondo le analisi effettuate, il CORE fornisce un beneficio netto superiore rispetto a FIB-4 per tutti i livelli di rischio considerati.

Punti di forza dello studio sono la numerosità del campione (480.000 individui) e il lungo periodo di follow-up, superiore a 30 anni.

Secondo i ricercatori, il modello CORE, supera le prestazioni del test di prima linea FIB-4 nella predizione di MALO nella popolazione generale e, grazie all’uso di biomarcatori facilmente accessibili in medicina generale, potrebbe rappresentare un nuovo strumento per stratificare il rischio epatico nei pazienti nell’ambito delle cure primarie. Ancora da valutare è l’efficacia del modello nei sottogruppi di pazienti a rischio più elevato, ossia con diabete od obesità.

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Stefania Cifani

Giornalista scientifica e Medical writer

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