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Tumore della prostata, nuova opzione per ridurre il rischio di progressione

Una nuova opzione di trattamento è disponibile per i pazienti con tumore della prostata che dopo una prima linea di trattamento mostrano segni di ripresa di malattia

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha riconosciuto la rimborsabilità di un’ulteriore indicazione terapeutica per l’inibitore del recettore degli androgeni enzalutamide, ora disponibile per il trattamento di uomini adulti con carcinoma della prostata non metastatico ormono-sensibile (nmHSPC), con recidiva biochimica (BCR) ad alto rischio, non idonei alla radioterapia di salvataggio.

Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente nella popolazione maschile nei paesi occidentali. In Italia nel 2024 sono stati stimati oltre 40mila nuovi casi; la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è del 91%. Il trattamento dipende dallo stadio e dal grado di malattia, e si basa su intervento chirurgico e terapie farmacologiche. Nei casi in cui il tumore sia in fase avanzata o metastatica, le terapie consistono nella deprivazione androgenica mirata alla riduzione dei livelli di testosterone, di cui le cellule tumorali necessitano per crescere.

La maggior parte dei pazienti, circa il 90%, risponde alla terapia ormonale, ma esistono forme di tumori che, al contrario, non possono essere trattate con la terapia ormonale, e che vengono definite resistenti alla castrazione.

La recidiva biochimica è indice di rischio di progressione di malattia

Si stima che il 20–40% degli uomini sottoposti a trattamento definitivo per carcinoma prostatico – prostatectomia radicale, radioterapia o entrambi- vada incontro a una recidiva biochimica (BCR) entro dieci anni, e che in circa nove casi su dieci, alla BCR ad alto rischio segua lo sviluppo di malattia metastatica.

La recidiva biochimica è anticipata da valori di PSA (Prostate Specific Antigen) che aumentano rapidamente; si tratta di un segnale precoce di un ritorno di malattia ad alto rischio di metastasi.

Dopo prostatectomia radicale, infatti, i livelli di PSA dovrebbero ridursi sotto i 2 ng/mL. Un successivo aumento rappresenta un segnale di recidiva biochimica. In Italia si stima la presenza di circa 7-8mila pazienti che presentano una recidiva biochimica, in assenza di metastasi a distanza. È a questi pazienti che si rivolge enzalutamide, farmaco registrato per la somministrazione in monoterapia o in combinazione con terapia ormonale, che ha dimostrato di rallentare la progressione della malattia.

L’aggiunta di enzalutamide alla terapia standard consente una riduzione del 58% a cinque anni del rischio di metastasi o decesso. Questo dato è particolarmente rilevante per i pazienti con BCR ad alto rischio, nei quali l’incremento rapido del PSA dopo trattamento locale anticipa la progressione metastatica. Un tempo di raddoppio del PSA inferiore a tre mesi è associato a un rischio di mortalità nove volte superiore.

“La nuova indicazione di enzalutamide cambia radicalmente il ruolo dell’urologo” spiega Pier Luigi Bove, docente di Urologia all’Università degli studi di Roma Tor Vergata e direttore dell’UOSD di Urologia Robotica e Mini-Invasiva dell’AOU Policlinico Tor Vergata e specifica:

fino a ieri, l’urologo era coinvolto principalmente nella diagnosi e nella gestione iniziale del tumore, mentre la presa in carico delle forme avanzate e metastatiche era appannaggio di altri specialisti. Oggi, enzalutamide ha rivoluzionato questo paradigma: l’urologo può intervenire precocemente anche nei pazienti con BCR ad alto rischio di progressione metastatica o di morte. Inoltre, il farmaco può essere impiegato in tutte le fasi del carcinoma prostatico avanzato/metastatico, sia sensibile che resistente alla castrazione”.

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Stefania Cifani

Giornalista scientifica e Medical writer

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