Skip to content
emergency

Sepsi, le linee guida internazionali 2026

L'ultima edizione delle raccomandazioni della Surviving Sepsis Campaign enfatizzano l'uso precoce degli antibiotici e rafforzano il concetto di continuità assistenziale dopo la fase acuta

La campagna internazionale contro la sepsi, avviata nei primi anni Duemila con l’obiettivo di ridurre del 25% la mortalità, arriva alla sesta edizione delle linee guida, elaborate congiuntamente da European society of intensive care medicine e Society of critical care medicine, con l’endorsement di 24 società scientifiche internazionali. Il documento è stato redatto da un panel di 69 esperti provenienti da 23 Paesi, con una significativa rappresentanza delle aree a basso e medio reddito.

L’aggiornamento 2026 è stato coordinato dal professor Massimo Antonelli, ordinario di Anestesiologia e rianimazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del Dipartimento di Emergenza, anestesiologia e terapia intensiva della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, insieme alla professoressa Hallie Prescott dell’Università del Michigan (Usa). Le nuove indicazioni rafforzano l’importanza della diagnosi precoce, della tempestività terapeutica e della continuità assistenziale, ridefinendo il ruolo dei diversi livelli di cura, dall’emergenza territoriale al follow-up dopo la dimissione.

Medicoepaziente ha approfondito l’argomento con Massimo Antonelli:

Professor Antonelli, le raccomandazioni 2026 ribadiscono antibiotici entro la prima ora e test diagnostici rapidi. Cosa cambia davvero e quali sono le implicazioni organizzative?

La somministrazione di antibiotici entro la prima ora non è una novità assoluta: era già prevista nelle raccomandazioni precedenti. Si basa sull’evidenza che una terapia empirica precoce riduce la mortalità nelle emergenze come sepsi e shock settico. La vera evoluzione riguarda la possibilità di iniziare gli antibiotici già in fase pre-ospedaliera, ad esempio in ambulanza o in eliambulanza quando il trasferimento supera i 60 minuti. Questo approccio è particolarmente rilevante in contesti con grandi distanze dagli ospedali. Parallelamente, i nuovi test diagnostici rapidi di tipo genetico permettono, in poche ore, di identificare il patogeno e i profili di resistenza, consentendo di trasformare rapidamente la terapia empirica in mirata. Tuttavia, costi, organizzazione laboratoristica ed expertise limitano ancora la diffusione di queste tecnologie, soprattutto nei sistemi sanitari con risorse ridotte o forte variabilità territoriale”.

Quali segnali devono allertare il medico di medicina generale nella fase precoce?

I principali campanelli d’allarme sono: febbre associata a confusione mentale, ipotensione, riduzione della diuresi, segni di disidratazione o alterazioni cutanee come marezzature periferiche. Questi elementi indicano possibile ipoperfusione e richiedono un rapido invio in ospedale. Anche strumenti point-of-care, quando disponibili, come lattato capillare o ecografia bedside, possono supportare la valutazione, ma il riconoscimento clinico resta centrale”.

Le nuove indicazioni sottolineano anche la presa in carico oltre l’ospedale. Quali cambiamenti organizzativi sono necessari?

Le linee guida rafforzano il concetto di continuità assistenziale. La gestione della sepsi non termina con la fase acuta. Infatti, molti pazienti presentano sequele fisiche, cognitive e psicologiche, inclusi disturbi compatibili con stress post-traumatico. Serve quindi una filiera riabilitativa strutturata dopo la dimissione, che includa anche il coinvolgimento attivo del medico di medicina generale, chiamato a monitorare fragilità residue e rischio di nuove complicanze”.

Il documento introduce il concetto di de-resuscitazione. Di cosa si tratta e qual è il suo significato clinico?

La de-resuscitazione è un concetto prevalentemente ospedaliero. Nella fase iniziale della sepsi è necessario somministrare grandi quantità di fluidi per correggere l’ipoperfusione e stabilizzare il paziente. Una volta superata la fase critica, però, l’eccesso di liquidi può compromettere la funzionalità degli organi, favorendo edema intestinale, polmonare o cerebrale. Per questo, dopo la stabilizzazione, è opportuno rimuovere gradualmente i fluidi in eccesso mediante diuretici o nei casi più complessi, tecniche di depurazione extracorporea. Diverso è il follow-up territoriale, che riguarda la gestione delle fragilità residue e il rischio di nuove infezioni o riacutizzazioni”.

Qual è il ruolo del medico di medicina generale nel follow-up dei sopravvissuti a sepsi?
“Il medico di famiglia deve conoscere i fattori di rischio che hanno portato alla sepsi, i patogeni responsabili e le eventuali colonizzazioni persistenti. Alcuni pazienti possono rimanere colonizzati da germi multiresistenti e sviluppare nuove infezioni. Il monitoraggio delle fragilità, della funzionalità cognitiva, del recupero motorio e dello stato generale è fondamentale per prevenire ri-ospedalizzazioni e complicanze”.

Qual è, in sintesi, il messaggio delle nuove linee guida per la medicina generale?

Il compito principale del medico di medicina generale è riconoscere precocemente il passaggio verso sepsi o shock settico e attivare rapidamente il ricovero. Trattandosi di emergenze tempo-dipendenti, la tempestività è determinante. Dopo la dimissione, il ruolo diventa quello di accompagnare il recupero, monitorare le sequele e intercettare eventuali recidive. In entrambe le fasi, la continuità assistenziale può fare la differenza tra recupero completo e complicanze a lungo termine”.

antibioticiMMGsepsi
alessandro visca
Alessandro Visca

Giornalista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

Articoli correlati