In occasione della seconda edizione del Gala FIRA (Fondazione italiana per la ricerca in Reumatologia) approfondiamo il tema con Andrea Doria, presidente della SIR, Società Italiana di Reumatologia.
Quanto vale la multidisciplinarietà in reumatologia e qual è il ruolo della medicina di genere?
La reumatologia si occupa di oltre 200 patologie, di cui circa 50 rare. Parlare di malattie rare può sembrare paradossale, ma in realtà, anche nell’ambito della rarità, coinvolgono numeri significativi di pazienti, spesso concentrati in centri di riferimento che seguono centinaia di casi. Si tratta inoltre di malattie frequentemente multisistemiche: non colpiscono solo l’apparato locomotore, ma anche numerosi organi e apparati. Questo rende indispensabile un approccio multidisciplinare, con il coinvolgimento di specialisti di diverse branche che lavorano insieme al reumatologo per gestire la complessità clinica. Il tema della medicina di genere è altrettanto centrale. La maggior parte delle malattie reumatologiche interessa il sesso femminile e questo ha implicazioni importanti, soprattutto terapeutiche. Alcuni farmaci, ad esempio, non possono essere utilizzati liberamente nelle donne in età fertile perché potenzialmente tossici per il feto. Inoltre, è stato osservato che la risposta ai trattamenti può differire tra uomini e donne. Oggi, grazie ai progressi ottenuti in termini di remissione clinica, questi aspetti, un tempo considerati secondari, diventano elementi fondamentali nella gestione personalizzata della malattia”.
Che ruolo hanno i medici di medicina generale nella gestione delle malattie reumatologiche?
Il ruolo del medico di medicina generale è importante, spetta infatti a lui riconoscere i primi segnali di sospetto, le cosiddette “red flags” e indirizzare tempestivamente il paziente allo specialista per una diagnosi precoce e un trattamento appropriato. Ma oggi emerge anche un nuovo ambito di responsabilità: la prevenzione primaria delle malattie reumatologiche. Tradizionalmente si è parlato di prevenzione soprattutto per tumori e patologie cardiovascolari, mentre per le malattie reumatologiche questo concetto è stato poco considerato. Oggi, invece, sono stati identificati soggetti a rischio e diventa possibile intervenire prima della comparsa della malattia. Un esempio riguarda i familiari di pazienti con patologie autoimmuni: circa il 10% può sviluppare a sua volta una malattia autoimmune reumatologica. Un altro caso emblematico è la psoriasi, che interessa circa il 2–5% della popolazione: tra il 15% e il 30% dei pazienti sviluppa un’artropatia psoriasica. Questo significa che chi ha la psoriasi rappresenta una popolazione a rischio elevato. Di fronte a questi dati, la domanda è: dobbiamo limitarci all’osservazione o possiamo intervenire? Oggi sappiamo, ad esempio, che il sovraccarico meccanico articolare e delle entesi gioca un ruolo nello sviluppo dell’artropatia psoriasica. Diventa quindi ragionevole consigliare ai pazienti a rischio di evitare sovraccarichi eccessivi delle articolazioni, un’indicazione semplice, ma ancora poco diffusa”.
Esistono evidenze scientifiche a supporto di questo approccio preventivo?
Diversi studi indicano che il sovraccarico meccanico rappresenta un fattore di rischio non solo per l’artropatia psoriasica, ma anche per altre patologie, come l’artrite reumatoide e le spondiloartriti. Per esempio, i lavoratori impegnati in attività manuali pesanti, i cosiddetti “blue collar”, mostrano un rischio più elevato rispetto alla popolazione generale. Questo suggerisce che il carico biomeccanico articolare sia un elemento rilevante nello sviluppo della malattia, ancora poco conosciuto ma potenzialmente modificabile”.
Ci sono lavori pubblicati su questo tema?
È stata pubblicata una revisione della letteratura sulla prevenzione primaria delle malattie reumatologiche, che raccoglie le principali evidenze disponibili, inclusi gli studi sul ruolo del sovraccarico meccanico e sugli altri fattori di rischio”.



