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Insonnia cronica, verso il riconoscimento come patologia autonoma e invalidante

Una proposta di legge chiede l'inserimento nei Lea e nel Piano nazionale delle cronicità. Un policy paper porta all'attenzione delle istituzioni le dimensioni del problema e gli alti costi per la società

Riconoscere l’insonnia cronica come patologia autonoma e invalidante, inserirla nei Lea, livelli essenziali di assistenza, e nel Piano nazionale della cronicità, istituire un Osservatorio per lo studio della patologia e garantire maggiori tutele lavorative per chi ne soffre. Tutto questo è contenuto in un progetto di legge, presentato, prima firmataria dall’on. Annarita Patriarca, segretario dell’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati.

Patriarca ha sottolineato che l’insonnia cronica è ancora trattata con superficialità, nonostante riguardi un numero elevato di persone, in particolare donne tra i 35 e i 65 anni. Gli effetti, ricorda, non si limitano alla qualità del sonno, ma incidono sulla salute complessiva, sulla produttività, sulla vita sociale, con alti costi per la collettività. È stato stimato che i costi sociali dell’insonnia cronica in Italia possano arrivare a 14 miliardi di euro l’anno (0,74% del PIL), principalmente a causa della perdita di produttività e degli incidenti stradali causati da sonnolenza diurna.

Un policy paper per affrontare l’insonnia come emergenza sanitaria

Il peso invisibile dell’insonnia è stato al centro di un incontro a Roma, promosso dall’Intergruppo parlamentare per le neuroscienze e l’Alzheimer, durante il quale è stato presentato un policy paper.

La Sen. Beatrice Lorenzin, membro della V Commissione del Senato e  co-presidente dell’Intergruppo parlamentare per le neuroscienze e l’Alzheimer, che ha preso parte al meeting di Roma, ha messo in luce il lavoro avviato all’interno dell’Intergruppo sul tema dei disturbi del sonno come possibile concausa delle demenze, con un impatto rilevante soprattutto nella popolazione femminile.

Nell’infografica sono riassunti i punti chiave del policy paper sull’insonnia cronica

 

 

 

La percezione errata dei pazienti e l’automedicazione

Luigi De Gennaro, vicepresidente AIMS, Accademia italiana di medicina del sonno, elenca le ragioni per cui non siamo ancora al pieno riconoscimento dell’insonnia cronica come patologia autonoma:

le ragioni sono almeno tre. La prima riguarda i pazienti stessi, che spesso non percepiscono l’insonnia come una patologia, ma come un disturbo causato dal loro comportamento, da gestire individualmente. Questo atteggiamento, simile a quello osservato per ansia e depressione, contribuisce a ridurre la richiesta di diagnosi e trattamento: circa una persona su due con disturbi del sonno non chiede alcun aiuto medico. La seconda criticità riguarda la formazione: in Italia la medicina del sonno è poco presente sia nei percorsi universitari sia nella formazione post-laurea, di conseguenza molti professionisti non dispongono degli strumenti necessari per affrontare l’insonnia in modo strutturato, con ricadute dirette sulla capacità del sistema sanitario di intercettare e gestire i pazienti. La terza ragione è di tipo culturale e istituzionale. Per lungo tempo l’insonnia è stata considerata dal decisore politico un sintomo di altre patologie e non una condizione autonoma. Solo recentemente si sta affermando una visione diversa, che riconosce l’insonnia come fattore di rischio e come patologia con impatti clinici, sociali ed economici rilevanti”.

Il ruolo del medico di medico di medicina generale

Per quanto riguarda il ruolo del medico di famiglia nella diagnosi e cura dell’insonnia, De Gennaro sottolinea:

anche qui emerge una criticità: i pazienti raramente si rivolgono al medico per l’insonnia come problema principale. La richiesta compare, quasi sempre in modo secondario o durante visite per altre condizioni, segno della scarsa percezione del disturbo come patologia autonoma. Questo rende il ruolo della medicina generale fondamentale, ma complesso. Il rischio è intervenire quando il problema è già cronicizzato, senza percorsi di presa in carico strutturati.”

Enzo Nunnari, membro del direttivo della SIMG, Società italiana di medicina generale e delle cure primarie, di Roma, aggiunge:

“il ruolo del medico di medicina generale è centrale, soprattutto perché l’insonnia cronica colpisce in modo significativo le donne e sempre di più anche i giovani. Le donne sono infatti tra le frequentatrici più assidue degli studi medici e spesso portano problemi legati alla gestione della famiglia, dei figli e degli anziani. In questo contesto emergono più facilmente anche le difficoltà legate al sonno, che possono essere intercettate precocemente se il medico le indaga in modo mirato. Il fenomeno riguarda anche i giovani, spesso attraverso le preoccupazioni dei genitori. Qui diventa fondamentale promuovere una cultura dell’igiene del sonno: orari regolari, riduzione dell’uso di smartphone e dispositivi luminosi la sera, attenzione alle abitudini domestiche. Elementi apparentemente semplici, ma decisivi per prevenire l’insonnia”.

“Molti pazienti,  conclude Nunnari – non riconoscono l’insonnia come disturbo autonomo e la attribuiscono allo stress. Proprio per questo, quando il tema emerge durante la visita, anche per altre patologie, come ipertensione o diabete, il medico deve cogliere l’occasione per approfondire e avviare una diagnosi. Il medico di famiglia, conoscendo la storia clinica e il contesto sociale del paziente, è nella posizione più adatta per una gestione olistica e per evitare percorsi di cura inappropriati o autogestiti, purtroppo, molto frequenti.”

Secondo De  Gennaro la priorità da indicare ai medici è la formazione:

“negli ultimi anni sono stati avviati corsi, webinar e programmi educativi rivolti ai medici, spesso organizzati a livello regionale, ma si tratta ancora di interventi frammentati. L’obiettivo dovrebbe essere una diffusione sistematica della medicina del sonno nella pratica clinica quotidiana, capace di supportare i medici di medicina generale nella diagnosi precoce e nell’appropriatezza terapeutica.”

“In questo scenario, conclude De Gennaro, il riconoscimento dell’insonnia come patologia autonoma, insieme a percorsi diagnostico-terapeutici dedicati e a una maggiore consapevolezza dei pazienti, rappresenta il passaggio decisivo per trasformare un disturbo ancora sottovalutato in una priorità di sanità pubblica”.

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Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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