Sebbene sia noto che l’attività fisica vigorosa offra maggiori benefici -per unità di tempo- rispetto all’attività moderata, lo spettro di tali benefici nelle diverse malattie croniche e l’importanza relativa dell’intensità rispetto al volume complessivo di attività fisica (AF) rimangono poco chiari.
Uno studio condotto dalla Xiangya School of Public Health della Central South University (Hunan, Cina), pubblicato sull’European Heart Journal, ha esaminato le associazioni tra la proporzione di attività fisica vigorosa (%VPA) rispetto al volume totale di AF e l’incidenza di molteplici esiti di malattia cronica.
I ricercatori hanno analizzato i dati di quasi 96.000 individui provenienti dal database della UK Biobank; l’attività fisica complessiva è stata confrontata con quella svolta ad alta intensità. Per una settimana i partecipanti (età media 61,9 anni e per il 56,3% donne) hanno indossato accelerometri da polso che ne hanno registrato in modo dettagliato i movimenti, inclusi brevi episodi di attività intensa che spesso non vengono ricordati o riportati. I ricercatori hanno così potuto calcolare sia il livello totale di attività, sia la quota svolta a intensità tale da provocare affanno.
Questi dati sono stati poi messi in relazione con il rischio di morte o di sviluppo, nei sette anni successivi, di otto malattie croniche: eventi cardiovascolari maggiori (MACE), fibrillazione atriale (AFib), diabete di tipo 2 (T2D), malattie infiammatorie immuno-mediate, malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica (MASLD), malattie respiratorie croniche (CRD), malattia renale cronica (CKD) e demenza, oltre alla mortalità per tutte le cause.
Praticare attività fisica intensa, anche se brevemente, può proteggere dal rischio di malattie croniche
Secondo i risultati dell’analisi, l’intensità dell’attività fisica, a prescindere dalla quantità di esercizio svolto, è associata inversamente all’insorgenza di otto malattie croniche e al rischio di mortalità per tutte le cause.
Nei dati oggettivi ottenuti tramite dispositivi, sono emerse relazioni dose – risposta inverse e non lineari, significative, tra la percentuale di attività fisica vigorosa (%VPA) e tutti gli esiti considerati; questo a prescindere dai diversi livelli di volume totale di attività fisica.
Nei modelli multivariati, aggiustati per il volume complessivo di attività, i partecipanti con una quota di VPA superiore al 4% presentavano una riduzione del rischio compresa tra il 29% e il 61% per tutti gli esiti, rispetto ai soggetti che non risultavano aver praticato attività fisica vigorosa (%VPA pari a zero).
Analizzando insieme intensità e quantità di attività fisica, è emerso che il loro impatto sul rischio cambia a seconda della malattia:
- le malattie infiammatorie immuno-mediate mostrano una marcata dipendenza dall’intensità dell’attività fisica; in questo caso la quantità di attività fisica svolta apporta un contributo minimo (20,3% vs 1,0%);
- MACE (17,8% vs 6,0%), fibrillazione atriale (16,2% vs 5,0%), malattie respiratorie croniche (21,4% vs 5,6%) e demenza (32,3% vs 8,1%) evidenziano una predominanza dell’intensità, con un contributo secondario del volume di esercizio svolto;
- diabete mellito di tipo 2 (26,6% vs 17,7%), MASLD (22,1% vs 16,6%), CKD (23,0% vs 15,3%) e mortalità per tutte le cause (31,4% vs 14,2%) mostrano invece un contributo più bilanciato tra intensità e volume di attività fisica.
Questi benefici sono stati osservati anche quando il tempo totale dedicato all’attività vigorosa era relativamente limitato. L’intensità sembra avere un ruolo particolarmente rilevante nelle condizioni infiammatorie: per artrite e psoriasi è risultata infatti il fattore principale. Nel caso di malattie come diabete e patologie epatiche croniche, invece, contano sia la durata sia l’intensità dell’attività. Secondo il professor Minxue Shen dell’Università di Hunan, afferma:
L’attività fisica vigorosa sembra attivare risposte specifiche dell’organismo che l’attività a bassa intensità non riesce a replicare completamente. Durante uno sforzo intenso, come quello che provoca affanno, il cuore pompa in modo più efficiente, i vasi sanguigni diventano più elastici e migliora la capacità dell’organismo di utilizzare l’ossigeno. L’attività vigorosa sembra inoltre ridurre l’infiammazione, il che potrebbe spiegare la forte associazione osservata con malattie infiammatorie come psoriasi e artrite. Può anche stimolare sostanze chimiche nel cervello che contribuiscono a mantenere sane le cellule cerebrali, spiegando così il minor rischio di demenza.”
In sintesi l’intensità dell’attività fisica ha mostrato un potenziale preventivo superiore rispetto al volume complessivo di attività, e una maggiore percentuale di attività fisica vigorosa, indipendentemente dal volume totale di attività, è associata inversamente a otto principali malattie croniche e alla mortalità per tutte le cause.
I risultati suggeriscono, quando possibile, di dare la priorità ad esercizio a maggiore intensità, negli interventi clinici e di sanità pubblica finalizzati alla prevenzione. “Resta da chiarire – conclude Shen – il ruolo dell’intensità rispetto alla quantità totale di attività; per esempio, a parità di attività complessiva, chi si allena in modo più intenso ottiene benefici maggiori? E, se il tempo è limitato, è meglio allenarsi più intensamente piuttosto che più a lungo?”



