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Cure e assistenza, risultati migliori se il medico è donna

Uno studio americano su oltre 700mila persone mostra come i pazienti affidati alle cure di medici donne abbiano tassi di mortalità e neoricovero inferiori

Uno studio da poco pubblicato sugli Annals of Internal Medicine (1) ha verificato su un’ampia popolazione americana se ci fossero differenze in termini di mortalità e nuovo ricovero in ospedale, tra i pazienti curati da un medico donna e quelli assistiti da un medico uomo.

Lo studio è stato fatto sui dati di oltre 776mila pazienti ricavati dal database Medicare, l’assicurazione sanitaria federale del governo USA che dal 1965 si occupa degli over-65. Si trattava di 458.108 donne e  142.465 uomini, nel 31% e 30,6% dei casi, rispettivamente, assistiti da medici donne. Fra il 2016 e il 2019 per alcuni di essi è stato necessario ricorrere al ricovero.

Lo studio ha indicato che, sia per le pazienti di genere femminile che per quelli di genere maschile l’assistenza da parte di medici donne determinava un outcome migliore rispetto a quelli assistiti da medici uomini.

E il beneficio era ancora maggiore (+ 16%) per le pazienti donne trattate da medici del loro stesso genere. Tale differenza per i pazienti maschi sembrerebbe meno significativa: 10,15% con dottoresse e 10,23% con dottori maschi. Anche analizzando il trend di riammissione ospedaliera dopo un eventuale primo ricovero le differenze percentuali fra i due generi si mantengono simili.

Benefici anche sulla mortalità

Un altro fattore valutato dallo studio era l’indice di mortalità, risultata inferiore nei pazienti di entrambi i generi se affidati alle cure di medici donne, ma per pazienti di sesso femminile la differenza era clinicamente significativa con tassi di mortalità di 8,15% rispetto all’8,38% se il trattamento proveniva da medici maschi.

In generale, quindi, essere curati da medici donne sembra ridurre mortalità e tassi di neoricovero in tutti con un maggior beneficio per le pazienti donne rispetto ai pazienti maschi.

A risultati analoghi era giunto un precedente studio del 2017 su pazienti anziani (2) in cui, a prescindere dalla loro patologia, riammissioni e mortalità erano significativamente inferiori nei pazienti di donne medico.

Secondo gli autori il differente metodo di cura di medici donne e uomini ha un importante effetto clinico sull’outcome dei pazienti: oltre ad aderire di più alle linee guida e alla prevenzione i medici donne dimostrano anche una maggior empatia con il paziente (3).

Pink supremacy anche in sala operatoria

La supremazia del “camice rosa” non sembra limitata agli ambulatori e alle corsie, ma si osserva anche in sala operatoria: un altro studio appena pubblicato sul British Journal of Surgery (4) indica che le chirurghe ottengono ottimi risultati e soprattutto che le migliori équipe operatorie sono quelle miste dove chirurghe e anestesiste costituiscono almeno il 35% del personale di sala. Nello studio le chirurghe erano il 6,7% e le anestesiste il 27% e gli interventi dove a operare c’erano almeno 2 donne hanno determinato un significativo calo (3%) delle sequele post-operatorie a 90 giorni dall’intervento.

Anche il genere del chirurgo può quindi ottimizzare i risultati e la qualità dell’assistenza, suggerendo l’opportunità di una par condicio anche in sala operatoria creando team intenzionalmente diversificati.

Secondo uno studio simile del 2017 condotto su quasi 105mila pazienti operati nelle Università di Toronto e di Houston fra il 2007 e il 2015 pubblicato sul British Medical Journal (5) i risultati ottenuti delle chirurghe sono migliori di quelli dei colleghi maschi con significative differenze nelle percentuali di guarigione, nelle necessità di reinterventi e di nuovi ricoveri.

Per le donne stipendi più bassi e più difficile conciliare lavoro e famiglia

Nonostante i migliori risultati, uno studio dell’Harvard Medical School di Boston e dell’Università del Massachusetts pubblicato l’anno scorso su JAMA-Surgery indica che le dottoresse impiegate in sala operatoria sono le più insoddisfatte e quelle con il maggior desiderio di cambiare carriera.

L’indagine ha coinvolto soprattutto anestesiste, gastroenterologhe e ostetriche che, come la maggior parte delle lavoratrici, tendono a guadagnare meno dei loro colleghi uomini e sono spesso costrette a optare per il part-time perché coniugate con figli, finendo per far meno carriera ed esponendosi così al duplice conflitto di un minor guadagno e del doversi dividere fra famiglia e lavoro (6).

Riferimenti bibliografici

  1. https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M23-3163
  2. https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/fullarticle/2593255
  3. https://bmcmededuc.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12909-017-0967-3
  4. https://doi.org/10.1093/bjs/znae097
  5. https://www.bmj.com/content/359/bmj.j4366
  6. https://jamanetwork.com/journals/jamasurgery/article-abstract/2808894?guestAccessKey=2b9a1b6f-4876-4b26-9917-1a93679f37e0
Cesare Peccarisi

Giornalista scientifico, neurologo, editorialista del Corriere Salute, Responsabile Comunicazione Scientifica della Società Italiana di Neurologia (SIN)