Il medico di medicina generale è chiamato ad assistere i pazienti in percorsi di diagnosi e cura sempre più complessi. Quali competenze servono per svolgere efficacemente il ruolo di “care navigator”, orientando i pazienti tra specialisti, ospedale, servizi territoriali e sociali?
Uno studio qualitativo pubblicato su BMC Primary Care, realizzato nell’ambito del progetto MedicInRete, iniziativa nazionale coordinata dal Dipartimento di Politiche per la Salute dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, ha raccolto il punto di vista di 12 medici in formazione nelle cure primarie.
I medici partecipanti hanno osservato che la frammentazione dei servizi, il maggiore accesso dei pazienti a informazioni sanitarie online e il ricorso a consultazioni da remoto hanno modificato le aspettative dei pazienti e alterato le dinamiche tradizionali dell’assistenza primaria, rendendo più complesso per i medici di medicina generale promuovere un’assistenza integrata.
È stata sottolineata l’importanza di un modello assistenziale basato sul lavoro in team, che richiede sia iniziative dal basso (come collaborazioni avviate autonomamente con gli operatori sanitari locali), sia un sostegno dall’alto, previsto dalle politiche di settore (ad esempio, incontri regolari dedicati durante l’orario di lavoro e iniziative di governance clinica).
Sono stati condivisi esempi di buone pratiche, potenzialmente integrabili in future politiche, come la disponibilità di specialisti dell’assistenza secondaria per consultazioni telefoniche, utili a evitare invii non necessari verso altri livelli di cura. I partecipanti hanno inoltre rimarcato l’importanza di definire standard qualitativi nella formazione dei medici di medicina generale e la necessità di sviluppare competenze specifiche per un efficace lavoro in team.
Luca Marchesi, medico specializzando in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie all’Università degli Studi di Milano, autore corrispondente dello studio pubblicato da BMC, spiega:
Le riforme dell’assistenza territoriale sono già in corso, a partire dal DM 77, ma la loro piena attuazione richiede tempo. In questa fase di transizione persistono criticità nella frammentazione dei percorsi, nell’interoperabilità dei sistemi informativi e nel coordinamento tra professionisti.
La questione posta è legittima, ma vorrei rovesciare la prospettiva: qual è il rischio di riformare l’organizzazione dei servizi senza ripensare contestualmente la formazione dei professionisti chiamati a renderla operativa?
Dal nostro studio qualitativo emerge l’importanza di sviluppare competenze organizzative e di collaborazione multiprofessionale, insieme alla necessità di standard qualitativi nella formazione dei medici di medicina generale. Non basta progettare servizi integrati se i professionisti non vengono preparati a lavorare in modo integrato. La sfida è quindi duplice, organizzativa e culturale: costruire condizioni organizzative favorevoli alla collaborazione e formare professionisti capaci di coordinare le rispettive competenze e responsabilità attorno ai bisogni della persona.”
Anna De Simoni, medico di famiglia e docente alla Queen Mary University of London, coautore dell’articolo, approfondendo il rapporto medico-paziente, i determinanti sociali della salute e la necessità di integrare formazione e organizzazione dei servizi, aggiunge:
Oggi, accanto alle competenze cliniche e diagnostiche, per un medico di famiglia è sempre più importante saper riconoscere i determinanti sociali della salute: isolamento, difficoltà economiche, condizioni abitative, barriere linguistiche e ostacoli nell’accesso ai servizi. Questo richiede ascolto, sensibilità interculturale e conoscenza della realtà sociale del paziente, delle vulnerabilità del territorio e delle risorse disponibili.
In passato, il medico costruiva questa conoscenza soprattutto attraverso l’esperienza diretta e il rapporto con la comunità. Oggi, la complessità dei bisogni e l’articolazione dei servizi richiedono anche competenze specifiche nel lavoro multidisciplinare: saper condividere informazioni, coordinare gli interventi e collaborare con altri medici, infermieri, specialisti, servizi sociali e comunali. È quindi essenziale saper riconoscere un bisogno sociale e sapere chi coinvolgere per affrontarlo.
Lo sviluppo di queste competenze non può dipendere soltanto dall’iniziativa individuale. Le collaborazioni nate dal basso hanno bisogno di un sostegno organizzativo che preveda tempo dedicato e incontri regolari durante l’orario di lavoro: per esempio, riunioni settimanali nel team dell’ambulatorio e incontri mensili, bimestrali o trimestrali tra i professionisti del territorio. Questi momenti permettono di conoscere i rispettivi ruoli, discutere i bisogni dei pazienti e costruire percorsi di assistenza condivisi.
Il gruppo di professionisti locali può inoltre svolgere un ruolo importante nell’individuare i bisogni ricorrenti della comunità, documentarli e portarli all’attenzione delle istituzioni, comprese quelle regionali, contribuendo così al miglioramento dei servizi.
Infine, sarebbe importante integrare queste competenze nella formazione dei futuri medici di medicina generale e nell’aggiornamento professionale. Servono standard formativi chiari sul lavoro multidisciplinare e una ricerca indipendente, rigorosa e libera da conflitti di interesse. Dipartimenti accademici di medicina primaria, con docenti impegnati anche nell’attività clinica, potrebbero collegare formazione, ricerca e pratica quotidiana, valutando quali interventi migliorino davvero la capacità di riconoscere e affrontare le vulnerabilità sociali e territoriali”.
Tra i temi emersi dalle interviste dello studio c’è il cambiamento della relazione medico-paziente, in un contesto in cui le persone arrivano sempre più spesso con informazioni reperite online o attraverso strumenti digitali. Come può il medico mantenere il proprio ruolo di guida e di interprete delle informazioni senza compromettere l’alleanza terapeutica?
È un aspetto particolarmente interessante emerso dalle interviste. Non sono cambiate soltanto le cure, che richiedono una maggiore integrazione tra professionisti e servizi, ma sono cambiati anche i pazienti e il loro modo di accedere alle informazioni. Lo osservo nel mio lavoro di medico di famiglia in Inghilterra. Rispetto a vent’anni fa, le persone arrivano più spesso in ambulatorio con informazioni raccolte online e, più recentemente, con risposte ottenute attraverso strumenti di intelligenza artificiale.
Credo che il punto centrale sia investire nell’alleanza terapeutica. L’approccio paternalistico del passato, in cui il medico era l’unico depositario del sapere e il paziente si affidava alle sue indicazioni, ha lasciato spazio a una relazione più partecipativa. Il ruolo del medico resta fondamentale, ma si esprime anche nella capacità di interpretare le informazioni insieme al paziente e di ricondurle alla sua situazione concreta.
Altrettanto importante è esserci nel momento in cui la persona affronta un bisogno di salute: ascoltarla, accogliere le sue preoccupazioni e accompagnarla nelle decisioni, facendole sentire che può contare su una presenza professionale e umana. Anziché respingere ciò che il paziente ha trovato online, è utile accoglierlo come punto di partenza del colloquio: capire che cosa ha letto, come lo ha interpretato e quali dubbi o aspettative ne siano nati. Accogliere queste informazioni non significa confermarle automaticamente. Significa valutarne l’attendibilità e spiegare, con un linguaggio comprensibile, perché possano essere pertinenti oppure non applicabili alla sua storia clinica. Anche correggere un’informazione inesatta può rafforzare la fiducia, se avviene attraverso il dialogo e senza svalutare l’iniziativa del paziente.
Parte di questa alleanza è anche riconoscere che una decisione informata del paziente può non coincidere con il percorso raccomandato dalle linee guida. Dopo aver verificato che la persona sia in grado di prendere quella specifica decisione e abbia compreso benefici, rischi, alternative e possibili conseguenze è importante rispettarne la scelta, anche quando decide di non iniziare un farmaco o di rinunciare a un trattamento proposto. Questo non implica che il medico condivida ogni scelta o offra trattamenti clinicamente inappropriati: significa mantenere aperto il dialogo, continuare a offrire assistenza e lasciare spazio alla possibilità di riconsiderare la decisione nel tempo.
Questa relazione richiede tempo, ascolto e continuità. Quando i contatti avvengono soprattutto tramite e-mail, app o telefono, può essere più difficile conoscere la persona nella sua realtà quotidiana. Questi strumenti possono facilitare l’accesso e mantenere il contatto, ma è importante preservare occasioni di incontro in presenza. Nella gestione delle malattie croniche, i contatti regolari offrono una possibilità preziosa per costruire nel tempo una conoscenza reciproca. Nella cronicità e nella multimorbilità, inoltre, il medico svolge un ruolo di guida lungo il percorso di cura: aiuta il paziente e, quando opportuno, i familiari o chi lo assiste a orientarsi tra specialisti, controlli e indicazioni diverse. Il suo contributo consiste nel dare coerenza a queste informazioni, tenendo conto delle priorità, delle preferenze e delle condizioni di vita della persona.
Anche gli strumenti digitali, come il Fascicolo Sanitario Elettronico, possono sostenere questa funzione, se favoriscono la condivisione delle informazioni e la continuità tra professionisti. Il loro valore sta nel rendere più semplice e comprensibile il percorso di cura, preservando il tempo dedicato all’ascolto e alle decisioni condivise. Ritengo quindi importante introdurre precocemente nella formazione competenze di comunicazione, valutazione critica delle informazioni digitali e promozione dell’alfabetizzazione sanitaria. Mantenere il ruolo di guida significa aiutare il paziente a comprendere ciò che legge e a utilizzarlo nelle decisioni che riguardano la propria salute, all’interno di una relazione di fiducia che ne riconosca anche l’autonomia”.



