Un approccio al paziente che tenga conto delle differenze di genere, dovrebbe accompagnare ogni scelta clinica del medico di medicina generale. Dalla prevenzione cardiovascolare alla presa in carico delle persone più vulnerabili, fino al contrasto delle disuguaglianze nell’accesso alle cure, l’approccio di genere può contribuire a rendere l’assistenza più appropriata ed equa. Come ci spiega Mariagiovanna Amoroso, segretaria regionale Puglia della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (SIMG).
La medicina di genere rappresenta una competenza metodologica della medicina generale e deve essere applicata trasversalmente a tutti gli ambiti della pratica clinica. Significa considerare come sesso e genere possano influenzare diagnosi, sintomi, scelte terapeutiche e accesso ai servizi.
Un esempio concreto riguarda la salute cardiovascolare nella quale le differenze tra uomini e donne possono avere implicazioni importanti per rendere più efficaci la prevenzione, la diagnosi, la terapia. Ancora oggi le malattie cardiovascolari sono percepite soprattutto come un problema maschile, mentre i dati mostrano che sono una delle principali cause di morte anche nelle donne. Questo può tradursi in una minore consapevolezza del rischio da parte delle pazienti e, talvolta, in una minore intensità terapeutica rispetto agli uomini a parità di condizioni cliniche. Il medico di famiglia deve quindi riconoscere questi divari e intervenire per superarli”.
Differenze non solo biologiche
Occorre considerare non soltanto i fattori biologici e sesso-specifici, come la menopausa o le complicanze della gravidanza, ma anche quelli legati al genere, cioè ai ruoli sociali, ai comportamenti e alle condizioni di vita che possono influenzare la salute. Pensiamo, per esempio, alle differenze nell’esposizione ai fattori di rischio, nella percezione dei sintomi, nel carico di lavoro di cura e nell’accesso ai servizi sanitari.
Questo approccio deve comprendere tutte le persone, incluse quelle che affrontano un percorso di affermazione di genere, per le quali occorre considerare sia gli effetti delle terapie ormonali sia le conseguenze dello stigma e della discriminazione. Il medico di famiglia deve saper riconoscere questa complessità, evitando stereotipi e semplificazioni”.
Determinanti sociali e disuguaglianze
Le condizioni economiche, culturali, territoriali e sociali possono sommarsi e generare vulnerabilità. Pensiamo per esempio a una donna migrante, alla dimensione di genere si possono aggiungere barriere linguistiche, culturali e socioeconomiche che rendono più difficile l’accesso alle cure. In questi casi il medico di famiglia svolge un ruolo essenziale nel garantire equità, favorendo percorsi di prevenzione, diagnosi e assistenza adeguati ai bisogni della persona.
Lo stesso vale per altri gruppi vulnerabili, come le persone transgender, che spesso incontrano ostacoli nell’accesso agli screening e ai programmi di prevenzione, o alle donne con storia di abusi e violenza che richiedono competenze specifiche di counseling, capacità di intercettare precocemente i segnali di allarme e di riconoscere l’impatto che, squilibri di potere e controllo nelle relazioni, possono avere non solamente sulla libertà, ma anche sulla salute delle persone”.
Formazione e raccolta di dati
Temi come la medicina di genere, la salute delle persone migranti o l’intersezione tra vulnerabilità sociali e bisogni di salute ricevono ancora uno spazio limitato nei percorsi universitari e nella formazione specifica in medicina generale. Per questo la SIMG sta lavorando affinché tali competenze siano integrate in modo strutturale nei curricula formativi e nell’aggiornamento professionale continuo.
Oltre alla formazione, sarà fondamentale migliorare la raccolta dei dati e la ricerca in medicina generale, per comprendere meglio i bisogni delle diverse popolazioni e contrastare stereotipi e pregiudizi che possono influenzare la qualità delle cure. L’obiettivo finale è una medicina più equa, appropriata e realmente centrata sulla persona”.



