Il prossimo 30 ottobre entrerannono in vigore le norme previste dal Dpcm 7 agosto 2026 e dal DM 3 agosto 2026, che aggiornano i Livelli essenziali di assistenza (LEA) con circa 800 nuove prestazioni.
Si tratta del primo aggiornamento organico dei LEA dal 2017 e accanto a numerose reazioni favorevorevoli espresse da diversi esponenti della sanità e delle associazioni dei pazienti rimangono le preoccupazioni sulla disponibilità di risorse per l’effettiva applicazione. In particolare, emerge il rischio di disuguaglianze nell’accesso alle cure, come ci ha spiegato Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO).
Le novità principali
Dottor Anelli quali sono, a suo giudizio, le innovazioni più rilevanti dei nuovi LEA e quali benefici concreti potranno portare ai pazienti?
L’aspetto più importante è che il Servizio sanitario nazionale aggiorna il proprio impegno nei confronti dei cittadini, riconoscendo nuovi bisogni e rendendo accessibili i progressi della medicina. È un passo avanti atteso, per il quale abbiamo apprezzato l’impegno del Ministro della Salute. Penso all’ampliamento degli screening neonatali, alle nuove prestazioni in ambito oncologico, agli interventi per la gravidanza e all’aggiornamento dell’assistenza per le malattie rare e croniche. Il beneficio per i pazienti è quello di poter contare su maggiori opportunità di diagnosi precoce, su percorsi più appropriati e su cure sempre più rispondenti alle loro necessità. Per una famiglia, arrivare prima a una diagnosi può cambiare profondamente la storia della malattia e la qualità della vita.
Da medico di medicina generale, considero importante anche ciò che queste innovazioni possono portare nella relazione quotidiana con gli assistiti. Il medico di medicina generale conosce la persona, la sua storia e il contesto nel quale vive: può aiutarla a comprendere le nuove opportunità e accompagnarla nel percorso più adatto. Per farlo, deve ricevere informazioni chiare e poter contare su collegamenti effettivi con gli specialisti e i servizi. Il valore dell’aggiornamento si misurerà proprio qui: nella possibilità, per ogni paziente, di ricevere la prestazione di cui ha bisogno, nel momento in cui gli serve, ovunque viva”.
Come evitare le disuguaglianze
Quali strumenti servono per assicurare tempi di accesso appropriati ed evitare che le differenze tra Regioni, già presenti nell’assistenza sanitaria, si traducano in ulteriori disuguaglianze?
Occorre accompagnare l’aggiornamento con una programmazione concreta: conoscere i bisogni della popolazione, individuare il personale e le strutture necessari, organizzare i percorsi e verificarne i risultati. Il monitoraggio deve riguardare anche i tempi effettivi di accesso e le difficoltà incontrate dai cittadini. Se emergono criticità, bisogna poter intervenire. Per questo abbiamo proposto un Fondo Nazionale per l’Uguaglianza nella Salute, affidato al Ministero della Salute, che sostenga i territori con maggiori difficoltà. Le Regioni devono disporre delle condizioni finanziarie, organizzative e professionali per garantire le prestazioni. Il luogo di residenza non può determinare le opportunità di cura.
Un altro strumento fondamentale è poi l’integrazione tra medicina generale, specialistica e ospedale. Per un paziente cronico, la visita di controllo dovrebbe essere parte di un percorso organizzato, senza costringerlo ogni volta a ricominciare da solo la ricerca di un appuntamento. Servono sistemi di prenotazione accessibili, percorsi condivisi e comunicazione tra professionisti. I colleghi conoscono bene queste difficoltà. Coinvolgerli nella programmazione significa utilizzare un patrimonio di esperienza indispensabile per rendere i servizi più vicini alle persone e tutelare l’appropriatezza delle cure”.
L’impegno finanziario
La FNOMCeO ha sottolineato la necessità di rafforzare gli investimenti nella sanità pubblica. Le risorse previste e le tariffe riconosciute agli erogatori sono sufficienti a garantire le nuove prestazioni senza compromettere qualità, sicurezza e continuità delle cure? Quali interventi ritiene prioritari?
Le risorse destinate all’aggiornamento sono un segnale positivo, ma riteniamo necessario un ulteriore impegno finanziario. Ampliare le prestazioni garantite comporta nuovi bisogni di personale, tecnologie e organizzazione. La sostenibilità va valutata su tutto il percorso assistenziale, comprese le attività che permettono di assicurare continuità alle cure.
Anche l’adeguamento di alcune tariffe è positivo. La loro congruità, però, deve essere verificata prestazione per prestazione, sulla base dei costi effettivi. Vanno considerati i materiali, le tecnologie, la manutenzione degli strumenti, l’organizzazione e soprattutto il lavoro dei professionisti. Una tariffa inadeguata può rendere difficile mantenere l’offerta e garantire gli standard di qualità necessari. Chiediamo quindi una revisione periodica fondata su criteri trasparenti e sulla rilevazione dei costi reali, per le strutture pubbliche e per quelle accreditate. La prima priorità resta investire sulle persone: assumere, valorizzare il lavoro, migliorare le condizioni nelle quali viene svolto e rendere attrattivo il Servizio sanitario nazionale. Sul territorio, questo significa sostenere anche gli studi dei medici di medicina generale, con personale, strumenti diagnostici, collegamenti con gli altri servizi e meno oneri burocratici. I colleghi sanno quanto tempo venga assorbito da adempimenti che sottraggono spazio all’ascolto e alla valutazione clinica. Restituire tempo alla cura è un investimento in qualità e sicurezza. Le nuove responsabilità devono essere accompagnate dalle condizioni per esercitarle”.
I bisogni di salute e l’innovazione
Quali sono, a suo giudizio, i principali bisogni di salute ancora non sufficientemente coperti dalla sanità pubblica? E quali priorità dovrebbe affrontare il prossimo aggiornamento del LEA, anche per rendere il sistema più tempestivo nel recepire l’innovazione scientifica e i cambiamenti epidemiologici?
Guarderei anzitutto ai bisogni che incontriamo ogni giorno negli studi: persone anziane con più patologie, pazienti fragili, famiglie che devono affrontare la non autosufficienza, persone con problemi di salute mentale. Sono ambiti nei quali esistono già prestazioni e servizi previsti dai LEA, ma occorre rafforzarne l’effettiva disponibilità e la continuità. Una prestazione formalmente garantita può ancora essere difficile da ottenere.
Tra le priorità indicherei quindi la presa in carico delle cronicità, l’assistenza domiciliare, la riabilitazione, le cure palliative e la salute mentale, con particolare attenzione ai giovani. Occorre anche dare più forza alla prevenzione e raggiungere chi, per difficoltà economiche, sociali o territoriali, resta più lontano dai servizi.
Quanto all’innovazione, dobbiamo rendere l’aggiornamento più tempestivo e continuo, con tempi definiti, valutazioni scientifiche rigorose e risorse coerenti. È essenziale coinvolgere i professionisti, le società scientifiche e le associazioni dei pazienti, verificando il beneficio delle nuove prestazioni e preparando i servizi a erogarle. Penso, per esempio, alla necessità di mantenere allineati i percorsi diagnostici alle possibilità terapeutiche che la ricerca rende disponibili.
Anche la medicina generale può e deve contribuire a questo processo: osserva i bisogni nel tempo, intercetta i cambiamenti e conosce gli ostacoli che le persone incontrano. Il nostro obiettivo è che l’innovazione arrivi nella vita dei pazienti e che ogni persona possa sentirsi accompagnata, senza dover affrontare da sola la propria malattia. È questa la grande promessa da cui nasce il nostro Servizio sanitario nazionale, una promessa che oggi è troppo spesso, e in troppi luoghi, disattesa”.



