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Nuovo Piano pandemico: reti territoriali e dati al centro della prevenzione

Fabrizio Pregliasco, professore di Igiene all’Università di Milano commenta il documento presentato dal governo e approvato dalle Regioni, che dovranno metterlo in pratica

Un nuovo modello di azione coordinata tra livello centrale e regionale, un approccio preventivo basato sulle reti di sorveglianza e sull’interoperabilità dei sistemi informatici: il nuovo Piano pandemico 2025-2029, punta a superare le maggiori criticità emerse con l’esperienza del Covid-19 e a creare un’infrastruttura in grado di far fronte alle future emergenze sanitarie.

Il documento, approvato il 30 aprile 2026 in Conferenza Stato-Regioni, è accompagnato da uno stanziamento di 1,1 miliardi di euro per potenziare prevenzione, capacità di laboratorio e scorte strategiche. Tocca ora alle Regioni utilizzare queste risorse per rendere operativo il Piano.

Secondo Fabrizio Pregliasco, professore di Igiene generale e direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università degli Studi di Milano:

il primo elemento positivo è che il piano sia stato finalmente approvato. L’impostazione è più moderna: non è più centrata su un singolo patogeno, come accadeva in passato con l’influenza, ma su scenari multipli. Questo significa prevedere risposte differenziate in base alle caratteristiche dell’agente infettivo e alla sua evoluzione”.

Il coordinamento tra centri decisionali

Il piano introduce una sequenza di fasi operative, una sorta di percorso decisionale che dovrebbe guidare le azioni nelle diverse fasi dell’emergenza, con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tra livello centrale e regionale, uno dei punti più critici emersi durante la pandemia da Covid-19. Sottolinea Pregliasco

l’integrazione tra Stato e Regioni è un passaggio fondamentale. Durante il COVID abbiamo visto sovrapposizioni decisionali e disomogeneità nelle risposte. Il piano prova a razionalizzare questo aspetto, anche grazie a un finanziamento dedicato che rappresenta un segnale importante”.

Tuttavia, restano criticità strutturali che rischiano di limitarne l’efficacia. “Il piano è ben costruito sulla carta, ma la sua riuscita dipenderà dalla capacità di tradurlo in pratica – avverte Pregliasco – permangono fragilità significative: la dipendenza dall’estero per la produzione di farmaci e dispositivi, la gestione delle residenze per anziani, che durante il Covid si sono rivelate un punto di estrema vulnerabilità, e soprattutto la carenza di personale nei dipartimenti di prevenzione”.

Le carenze nella strategia complessiva di fronte all’emergenza pandemica

Per l’esperto, il limite principale è l’assenza di una visione pienamente integrata di “resilienza di sistema”. “Un piano pandemico non può essere solo sanitario – spiega Pregliasco – deve dialogare con le politiche industriali, con la logistica, con la sicurezza energetica e con la protezione civile. Le emergenze pandemiche sono eventi sistemici, che mettono sotto stress l’intero Paese”. Proprio sul versante della protezione civile, Pregliasco ricorda come la pandemia abbia rappresentato una sfida inedita: “Siamo abituati a gestire emergenze localizzate, come terremoti o alluvioni. Ma una pandemia coinvolge simultaneamente tutto il territorio, rendendo più complessa la risposta organizzativa”.

Un altro nodo cruciale è quello della dimensione internazionale. “La condivisione delle informazioni è essenziale – afferma Pregliasco – Le pandemie non si fermano ai confini nazionali. Senza un reale coordinamento con le istituzioni europee e globali, il rischio è quello di risposte frammentate e meno efficaci”. Anche per questo, la capacità di scambio rapido dei dati rappresenta un elemento strategico.”

L’interoperabilità dei sistemi informativi e il ruolo del territorio

Sul piano tecnologico, il tema centrale è l’interoperabilità dei sistemi informativi. “Alcuni passi avanti sono stati compiuti – riconosce Pregliasco –  ma il problema è portare queste innovazioni nella pratica quotidiana delle Regioni e dei servizi territoriali. Durante il COVID abbiamo visto realtà molto diverse tra loro. Senza sistemi informativi integrati, la sorveglianza perde gran parte della sua efficacia”.

Ed è proprio sul territorio che si gioca una partita decisiva, con un ruolo chiave per i medici di medicina generale. Sottolinea Pregliasco:

il MMG è una sentinella fondamentale del sistema. La sorveglianza epidemiologica parte dalla capacità di intercettare precocemente segnali anomali e trasmetterli in modo strutturato”.

L’esperienza delle reti di sorveglianza, come InfluNet, oggi evolute in sistemi più ampi di monitoraggio dei virus respiratori, dimostra l’importanza di questo presidio.

Perché il sistema funzioni, però, è necessario rafforzare il circuito informativo. “Oggi, capita spesso che il medico segnali un caso, ma non riceva un feedback – osserva Pregliasco – questo limita sia l’utilità clinica sia la motivazione alla segnalazione. È invece fondamentale costruire un sistema bidirezionale, che restituisca informazioni utili al medico sul territorio”.

Altro aspetto cruciale è la capacità di interpretare correttamente i segnali raccolti. “Un sistema di sorveglianza deve essere sensibile, ma anche specifico”, spiega. “Se ogni segnale genera un allarme, si rischia di creare saturazione e perdita di attenzione. Serve una contestualizzazione del rischio, che consenta di distinguere ciò che è realmente rilevante”.

Il territorio rimane il punto critico

Se si dovesse immaginare l’inizio di una nuova emergenza pandemica oggi, secondo Pregliasco il primo punto di fragilità resterebbe il territorio. “In particolare la gestione delle persone fragili e delle RSA, e la protezione degli operatori sanitari – evidenzia Pregliasco – nelle prime fasi del Covid abbiamo visto come la carenza di dispositivi di protezione e di organizzazione possa mettere rapidamente in crisi il sistema”.

Infine, il tema delle vaccinazioni, che resta centrale, ma non privo di criticità. “I vaccini sono uno strumento fondamentale di sanità pubblica – conclude Pregliasco – Tuttavia, il loro successo ha paradossalmente ridotto la percezione del rischio delle malattie prevenibili. È necessario recuperare una cultura della prevenzione che tenga insieme tutela individuale e responsabilità collettiva”. In uno scenario pandemico, infatti, l’adesione vaccinale non è solo una scelta personale, ma un elemento determinante per la tenuta complessiva del sistema sanitario.

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Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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