L’Agenas ha presentato il nuovo Glossario Nazionale della Telemedicina con lo scopo di definire una terminologia tecnica univoca e condivisa all’interno del Servizio sanitario nazionale. Il documento fornisce una cornice chiara e dettagliata per prestazioni fondamentali come televisita, teleconsulto e telemonitoraggio, precisando le responsabilità cliniche e distinguendo i diversi gradi di urgenza.
L’obiettivo è favorire una reale interoperabilità tra le piattaforme regionali, assicurando che le informazioni sanitarie possano essere scambiate in modo sicuro, coerente e standardizzato. L’introduzione di questi riferimenti rappresenta un tassello essenziale per l’attuazione del PNRR, contribuendo allo sviluppo di una sanità digitale più integrata, omogenea e accessibile su tutto il territorio nazionale.
Inoltre, il glossario illustra l’infrastruttura tecnologica necessaria, sottolineando il ruolo strategico della Piattaforma Nazionale di Telemedicina e del Fascicolo Sanitario Elettronico. Con questa guida ufficiale, operatori sanitari e istituzioni dispongono finalmente di uno strumento solido per programmare e gestire in modo efficace i servizi di cura a distanza.
Parliamo di questo documento di AGENAS con Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Milano.
Dottor Rossi, qual è, secondo lei, il valore dell’uniformità terminologica introdotta dal nuovo glossario nazionale della telemedicina per attività come televisita, teleconsulto e telemonitoraggio nel contesto territoriale?
Direi che era necessario fare chiarezza. Il termine “telemedicina” è stato spesso utilizzato in modo improprio e troppo ampio, arrivando a includere anche attività banali, come l’invio di un’e-mail. Un glossario condiviso serve a fare ordine mentale e operativo, soprattutto perché questi termini sono ormai entrati nei documenti ufficiali come gli accordi regionali, i contratti nazionali e le intese tra soggetti pubblici e privati. A questo punto è opportuno fissare dei confini chiari. Visitare un paziente, confrontarsi con un collega o monitorare a distanza parametri vitali sono attività profondamente diverse, che richiedono definizioni precise”.
In che modo, per esempio, il telemonitoraggio ha dimostrato la sua utilità nella pratica clinica?
Durante la pandemia da Covid-19 ne abbiamo avuto una dimostrazione concreta. Il monitoraggio a distanza di parametri come saturazione di O2, frequenza respiratoria, temperatura corporea e frequenza cardiaca ha consentito di seguire molti pazienti a domicilio, intervenendo tempestivamente quando necessario. Alcune strutture hanno persino organizzato sistemi centralizzati, con personale dedicato alla raccolta e all’analisi dei dati. Si tratta di tecnologie che esistevano già da anni, ma che solo con il Covid sono state davvero ‘messe a sistema’ e integrate nella pratica clinica quotidiana”.
Quanto contano oggi le certificazioni dei dispositivi medici e i regolamenti europei in termini di sicurezza dei dati?
La diffusione della telemedicina deve necessariamente andare di pari passo con la tutela della privacy e la sicurezza dei dati sanitari. Pensare che i propri dati non siano “interessanti” per eventuali attacchi informatici è un errore. Abbiamo esempi recenti, anche in Lombardia, di attacchi hacker a software house che gestivano cartelle cliniche in cloud, con richieste di riscatto e minacce di diffusione dei dati. Episodi come questi mostrano quanto il sistema possa essere vulnerabile”.
Questa consapevolezza sta cambiando anche l’approccio dei medici?
Sì, basti pensare che oggi molte polizze assicurative professionali includono coperture specifiche contro i cyber attacchi, con tutela legale e supporto per il ripristino dei dati. Sono aspetti che fino a pochi anni fa sembravano quasi fantascientifici, mentre oggi fanno parte della gestione ordinaria del rischio professionale”.
Esistono ancora resistenze culturali tra i medici di medicina generale rispetto alla telemedicina?
I medici italiani, sia dipendenti sia convenzionati, hanno oggi un livello di informatizzazione molto elevato. L’obbligo di utilizzare strumenti digitali per ricette, certificazioni e comunicazioni con INPS e INAIL ha imposto negli anni una vera alfabetizzazione informatica. Un conto, però, è usare quotidianamente il computer; un altro è integrare strumenti più evoluti come quelli della telemedicina. Detto questo, proprio perché la base digitale è ormai solida, credo che il passaggio sia più semplice di quanto si pensi, anche grazie all’uso diffuso degli smartphone e delle app sanitarie”.
Ci sono ambiti in cui la telemedicina non può sostituire la visita in presenza?
Il contatto fisico resta insostituibile in una quota, seppur limitata, di casi. Il medico deve sempre mantenere la libertà di dire al paziente: ‘Così non riesco a formulare una diagnosi, venga in studio’. La telemedicina è uno strumento potentissimo, ma va inserita in un quadro logico e flessibile, senza trasformarla in un vincolo burocratico. La valutazione clinica diretta, in alcune situazioni, resta imprescindibile”.
Un’ultima considerazione sul Glossario nazionale della telemedicina…
Mi auguro che documenti di questo tipo vengano sempre elaborati coinvolgendo la Federazione degli Ordini e gli Ordini professionali. L’esperienza di chi lavora sul campo è fondamentale: chi si mette in gioco in prima persona ogni giorno è in grado di segnalare immediatamente ciò che funziona e ciò che, nella pratica, è inapplicabile. Un documento teoricamente perfetto, ma scollegato dalla realtà rischia di trascurare aspetti cruciali dell’attività clinica quotidiana”.



