I conservanti possono favorire il diabete? Nuovi dati dalla ricerca

, Diabete, le nuove linee guida per la prevenzione cardiovascolare

, Diabete, le nuove linee guida per la prevenzione cardiovascolareLe ricerche su alimentazione e salute sono sempre più orientate a valutare i cibi sulla base del grado di lavorazione industriale e del contenuto di additivi e conservanti, potenzialmente dannosi per la salute.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine accende i riflettori sul propionato, un acido grasso a catena corta, che viene comunemente utilizzato come conservante, soprattutto in prodotti di panetteria industriale, in quanto previene la formazione di muffa.

Si tratta di una sostanza sicura, che i batteri del nostro intestino producono in modo naturale. Come conservante (E282) oltre che al pane può essere aggiunto, in base agli standard alimentari dell’OMS, anche a carne, formaggi, cereali, dessert.

Questo studio condotto da ricercatori della Harvard T. H. School of Public Health di Boston (USA) e dello Sheba Medical Center, di Ramat Gan (Israele) rivela che il propionato attiva il sistema nervoso simpatico, alzando i livelli di noradrenalina e stimolando la produzione di ormoni glucagone e FABP4 (fatty acid-binding protein 4). Questo induce il fegato a produrre glucosio, che alza i livelli di insulina nel sangue.

Per studiare gli effetti del propionato i ricercatori hanno prima somministrato la sostanza a un gruppo di animali da laboratorio e poi verificato i risultati in un piccolo gruppo di persone.

Un gruppo di topi da laboratorio è stato nutrito con l’aggiunta alla dieta di una bassa dose di propionato (compresa tra lo 0,15 e lo 0,3%), per diverse settimane. La quantità è paragonabile a quella assunta da una persona che segue una normale alimentazione di stile occidentale.

I topi hanno mostrato livelli più elevati di glucagone e FABP4, alti livelli di insulina ematica e resistenza all’insulina – una caratteristica del diabete di tipo 2. Sono anche aumentati di peso, con un aumento significativo della massa grassa, rispetto ai topi che avevano ricevuto una dieta standard.

Successivamente i ricercatori hanno somministrato a un gruppo di 14 volontari sani e non obesi un pasto contenente 500 calorie, integrate con 1 grammo di propionato di calcio o placebo. Una dose che equivale alla quantità di comunemente assunta con un pasto base.

Anche in questo caso il propionato è risultato associato a picchi di norepinefrina, glucagone e FABP4, aumento dei livelli di insulina nel sangue e riduzione della sensibilità all’insulina.

Infine, il team di ricerca ha analizzato i dati di 160 partecipanti del trial controllato randomizzato di intervento dietetico, noto come DIRECT, per verificare se i livelli di propionato e la perdita di peso fossero collegati. All’inizio dello studio, il team ha trovato un collegamento tra i livelli di propionato e resistenza all’insulina. Dopo 6 mesi, livelli più bassi di propionato hanno mostrato un’associazione con miglioramenti significativi della sensibilità all’insulina.

Gli autori tengono a specificare che i dati emersi da questo studio non dimostrano un rapporto causa-effetto tra consumo di propionato, obesità e diabete. E i dati non sono sufficienti ad autorizzare una raccomandazione specifica per l’eliminazione di questa sostanza dalla dieta.

Secondo Amir Tirosh, direttore dell’istituto di Endocrinologia  dello Sheba Medical Center, abbiamo solo il primo pezzo di un puzzle, che dovrebbe comprendere una valutazione più accurata di conservanti, dolcificanti artificiali e altri ingredienti che possono influenzare il nostro metabolismo.

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Giornalista professionista specializzato in editoria medico-scientifica, editor, formatore.

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