Coronavirus, vaccino e protezione degli anziani

Nell’epidemia causata dal SAR-CoV-2 le persone anziane costituiscono la fascia di età più a rischio. Riuscire ad immunizzare con un vaccino questa fetta della popolazione è essenziale, non solo per proteggere i soggetti più esposti, ma anche per fermare la pandemia e scongiurare una nuova epidemia. Tuttavia, i vaccini possono essere meno efficaci negli anziani, a causa di condizioni di salute precarie, malattie croniche e relativi trattamenti farmacologici, ma anche per una naturale senescenza della risposta immunitario. Occorre quindi un nuovo orientamento della ricerca.

Questo tema è affrontato in un editoriale del New England Journal of Medicine, firmato dai responsabili della Human Immunomics Initiative, un progetto che vede la collaborazione tra uno dei più prestigiosi istituti universitari americani, l’Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston e lo Human Vaccines Project di New York, un consorzio di ricerca clinica globale, senza scopo di lucro, basato sull’immunologia umana.

Perché il vaccino può essere meno efficace negli anziani

Gli autori dell’articolo, Wayne C. Koff e Michelle A. Williams, ricordano che con l’avanzare dell’età, le condizioni di salute associate all’invecchiamento, in particolare le malattie non trasmissibili come cardiopatie, tumori, malattie metaboliche e autoimmuni, combinate con i trattamenti per queste malattie e la naturale senescenza immunitaria, influenzano in modo sostanziale le risposte ai vaccini e alle malattie infettive. L’efficacia del vaccino, quindi, è tutt’altro che scontata.

Secondo Koff e Williams: “stiamo navigando a vista per sviluppare vaccini e terapie per fermare questa e le future pandemie, poiché non conosciamo i meccanismi di immunità per proteggere questa popolazione. Se riusciamo a delineare i principi di un’immunità efficace negli anziani, potremmo anche essere in grado di sviluppare nuove strategie per una più ampia prevenzione e controllo delle malattie nelle popolazioni più anziane.”

Come indirizzare la ricerca

Un primo dato che emerge con chiarezza è la necessità di effettuare studi longitudinali di popolazione per verificare la reale efficacia di vaccini e terapie anche con il naturale processo di invecchiamento.

Un esempio citato dagli autori è l’ipotesi che l’enzima di conversione dell’angiotensina ACE-2 possa essere un recettore per il virus SARS-CoV-2. I diversi livelli di ACE-2 nei tessuti cardiaci e polmonari dei giovani rispetto agli anziani spiegherebbero, almeno in parte, la maggiore virulenza della malattia negli anziani. Se questo fosse vero si  aprirebbe la strada anche all’utilizzo degli ACE-inibitori per combattere il Coronavirus.

La sfida globale della protezione degli anziani

L’invecchiamento della popolazione, quindi, è una sfida per i sistemi sanitari non solo per l’aumento delle patologie croniche non trasmissibili, ma anche perché rende tutta la popolazione più vulnerabile all’impatto delle malattie infettive.

Gli autori ricordano che si prevede che il numero di decessi correlati alla resistenza antimicrobica raggiungerà i 10 milioni all’anno entro il 2050, superando la mortalità per cancro. I cambiamenti climatici potrebbero mettere a rischio 1 miliardo di persone in più a causa di malattie trasmesse da vettori tropicali e le malattie potenzialmente pandemiche stanno emergendo con maggiore frequenza.

“La protezione delle popolazioni che invecchiano – scrivono gli autori – sarà una questione centrale, se non primaria, nel mantenimento della salute e della biosicurezza globali.”

Diverse risposte immunitarie

Alcuni vaccini funzionano molto bene nelle popolazioni anziane, altri meno. Come si spiega spiega la variabilità delle risposte immunitarie da una persona anziana a un’altra? Come possiamo usare la comprensione di questa variabilità nello sviluppo di vaccini e terapie nuove e migliorate? Le risposte a queste domande, secondo gli autori, sono fondamentali per il futuro della salute globale.

Un’opportunità è offerta dai progressi delle scienze biomediche e informatiche, che oggi hanno una capacità senza precedenti di decodificare il sistema immunitario umano.

La generazione di dati di biologia dei sistemi, su una scala mai vista prima, dovrebbe permettere agli scienziati computazionali di sviluppare modelli di intelligenza artificiale dell’immunità umana, che potrebbero anche consentire prove di simulazione generate al computer, per facilitare uno sviluppo più rapido ed economico dei vaccini, con una maggiore probabilità di successo.

Un nuovo approccio della ricerca

Per arrivare a strumenti di prevenzione e cura realmente efficaci a livello globale, secondo gli autori dell’editoriale sul NEJM, occorrerà dare nuovi indirizzi alla ricerca, in particolare aumentare gli sforzi per capire meglio il funzionamento del sistema immunitario umano ed estendere le indagini anche alle popolazioni con i livelli di reddito più bassi.

A lungo termine, l’agenda della ricerca dovrà includere la formazione di una nuova generazione di scienziati multidisciplinari con conoscenze biomedicali e di informatica applicata alla medicina, per prepararsi adeguatamente alla prossima ondata di malattie emergenti

“Questa impresa – scrivono Koff e Williams – richiederà un approccio globale e una visione radicalmente nuova, che abbraccia diverse specialità della medicina e diversi settori della società, riunendo università, industria, governi e organizzazioni assistenziali. Covid-19 sta già provocando la collaborazione tra questi settori e questo lavoro deve continuare oltre la pandemia”.

 

 

 

Ultimo aggiornamento il 27 Aprile 2020 di: Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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