L’impatto della pandemia sulla malattia renale cronica

La Società Italiana di Nefrologia (SIN), ha concluso la prima indagine nazionale sull’incidenza dell’epidemia di Covid-19 nella popolazione con Malattia Renale Cronica con necessità di dialisi (Emodialisi e Dialisi Peritoneale) e trapianto di rene.

La ricerca, prima in assoluto a livello internazionale, ha analizzato il momento più critico della pandemia (dai primi di marzo fino a seconda metà di aprile) coinvolgendo 358 nefrologie in tutta Italia. con un monitoraggio di 30.129 pazienti e una copertura stimabile del 67% dei pazienti emodializzati in dialisi extracorporea (trattamento ospedaliero), di 4.185 pazienti in dialisi peritoneale (trattamento domiciliare) con una copertura stimabile del 92% e 25.063 pazienti con trapianto di rene, copertura stimabile del 90%, in carico alle nefrologie italiane. In totale si sono ottenute informazioni sulla gestione della pandemia da COVID in oltre 60.000 pazienti.

I dati dell’indagine.

La SIN ha inviato nella settimana 12-19 aprile un questionario on line a tutte le nefrologie, centri dialisi e centri trapianti, con la richiesta di indicare quanti pazienti in carico alle strutture sono stati riscontrati positivi, quanti hanno avuto necessità di accesso alle terapie sub-intensive, intensive e quanti pazienti infine sono andati in contro ad un decesso.

La tabella riassume i dati raccolti

 

 

Fin dai primi giorni di marzo 2020, la Società Italiana di Nefrologia ha condiviso con i nefrologi le evidenze scientifiche disponibili in letteratura e tutte le indicazioni prodotte dalle istituzioni sanitarie, attraverso l’invio costante di mail informative a tutti i soci, con l’obiettivo di stimolare la creazione di una rete tra unità di nefrologia, centri dialisi e centri trapianti italiani, che attraverso esperienze condivise dei centri (soprattutto quelli del Nord Italia dove l’impatto del coronavirus è stato più devastante) permettesse di definire protocolli e procedure finalizzati a limitare il contagio in una popolazione per definizione fragile per i pazienti, anche attraverso il consistente potenziamento, dove possibile, dei servizi di dialisi domiciliare e peritoneale. Per quanto riguarda le strategie adottate dalle Unità di Nefrologia, la ricerca ha mappato le principali soluzioni messe in atto. In pratica gli aspetti che sono stati curati con particolare attenzione sono stati: il tipo di triage adottato, ripensato per differenziare i percorsi di accesso alle strutture ospedaliere e l’attivazione di trasporti protetti per il tragitto ospedale, casa per evitare al massimo l’utilizzo di trasporti collettivi da parte dei pazienti.

Dai dati raccolti, appare evidente come le misure messe in atto sia nella prima fase di esplosione della pandemia, sia nelle settimane successive, abbiano sostanzialmente permesso di limitare i danni, contenendo l’espansione dei contagi.

L’altro elemento che viene confermato dai dati della ricerca è il fattore ospedali come punto di contagio, in confronto alla maggiore tutela del paziente nelle cure domiciliari. In termini puramente numerici infatti l’impatto maggiore dell’epidemia è stato sofferto dai pazienti costretti alla dialisi ospedaliera. Elemento in più fornito dalla ricerca è anche qual è stato l’andamento delle positività nel personale ospedaliero: su 358 centri censiti si è arrivati a registrare un totale di 373 operatori positivi, senza decessi. Dal punto di vista geografico la ricerca riporta una fotografia del tutto congrua con quello che sappiamo essere stato l’andamento dell’epidemia, con in testa le regioni del Nord Italia: Lombardia (536 pazienti positivi e 197 decessi), Piemonte (111 pazienti positivi e 43 decessi), Emilia-Romagna (91 pazienti positivi e 47 decessi), Veneto (36 pazienti positivi e 18 decessi) e numeri decisamente più contenuti in tutte le altre regioni.

“Non abbiamo fermato del tutto l’epidemia – conclude Filippo Aucella, segretario della Società Italiana di Nefrologia – ma ne abbiamo contenuto in modo importante la diffusione evitandone gli effetti nefasti in una popolazione non giovane (l’età media dei pazienti italiani in dialisi extracorporea è 71 anni) e gravata da una malattia cronica, quale l’insufficienza renale.

Quello che appare evidente, anche per la fase due è la conferma della necessità di limitare al massimo l’accesso dei pazienti alle strutture ospedaliere, esse stesse, nonostante gli accorgimenti, primo veicolo di contagio. In quest’ottica appare necessario potenziare a tutti i livelli la dialisi peritoneale e la dialisi extracorporea domiciliare, oltre alle attività che permettono il trapianto di rene (sia da donatore deceduto che da donatore vivente) con l’attivazione di programmi e risorse che mettano nelle condizioni i pazienti di gestire la dialisi a casa loro, prevedendo dove necessario la disponibilità del supporto del personale infermieristico.

La Società Italiana di Nefrologia si è già mossa in tal senso, ed ha ottenuto dal Ministero della Salute l’invio a tutti gli Assessorati alla Sanità Regionali di una circolare sulla Prevenzione COVID-19 che prevede l’implementazione dialisi domiciliare e peritoneale per i pazienti attualmente in emodialisi extracorporea. Il nostro auspicio è che questa direttiva venga integrata da tutte le regioni italiane e che si riesca, in tempi brevi, a dare risposte concrete ai bisogni dei pazienti con soluzioni efficaci che, in una fase di necessario rilancio della sanità pubblica, non sono più procrastinabili.”

[1] Non è noto il numero totale di trapianti rene gestiti da altri specialisti non nefrologi (chirurghi del trapianto, urologi, etc)

 

Ultimo aggiornamento il 18 Maggio 2020 di: Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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