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Carenza di ferro, la prevalenza dipende dai criteri utilizzati per la diagnosi?

La carenza di ferro interessa globalmente oltre due miliardi di persone, in particolare bambini e giovani donne, con conseguenze come astenia, intolleranza al freddo, affaticamento, anomalie epiteliali e delle mucose, disordini mestruali, ridotta performance muscolare.

I criteri di laboratorio impiegati per definire la carenza di ferro (ID) non sono univoci, e si differenziano in base ai parametri considerati e ai livelli-soglia.

Uno studio, pubblicato su Jama Network Open, su un’ampia popolazione di donne americane e canadesi afferenti ad ambulatori di cure primarie ha trovato una notevole differenza nei tassi di prevalenza della carenza di ferro associati a tre diversi criteri con cui è stata diagnosticata.

Lo studio su più di 62mila donne americane e canadesi

La ricerca del Southern Iron Disorders Center di Birmingham, Alabama (Usa) ha confrontato la prevalenza di insufficienza di ferro nei pazienti dello studio HEIRS (Hemochromatosis and Iron Overload Screening Study), condotto tra il 2002 e il 2006 per valutare le determinanti dell’emocromatosi e di altre condizioni legate al ferro.

Lo studio HEIRS ha reclutato oltre 100.000 soggetti di vari etnie a partire dai 25 anni di età; per questa analisi sono stati considerati i dati di oltre 62.000 donne (di Canada e USA), con età media pari a 49,5 anni, con l’obiettivo di confrontare le stime di prevalenza della carenza di ferro ottenute con criteri diversi.

La carenza di ferro è stata valutata impiegando tre diverse definizioni, riconducibili ad altrettanti criteri già noti:

  • saturazione della transferrina <10% e ferritina sierica <15 ng/mL (criterio HEIRS)
  • ferritina sierica <15 ng/mL (criterio OMS)
  • ferritina sierica <25 ng/mL (criterio dello studio NHANES, che identifica l’eritropoiesi causata da deficit di ferro, IDE).

La prevalenza della carenza di ferro dipende dai criteri diagnostici utilizzati

Lo studio ha evidenziato che la prevalenza di carenza di ferro varia ampiamente in relazione alle definizioni adottate per la diagnosi. La prevalenza assoluta è risultata, infatti, del 3,1% in base ai criteri HEIRS, del 7,4% in base ai criteri OMS e del 15,3% in base ai criteri IDE.

Tra le donne di età compresa tra i 25 e i 54 anni, secondo i criteri HEIRS il 4,5% presenta una carenza di ferro; la prevalenza sale al 10,6% utilizzando i criteri OMS e al 21,2% con i criteri IDE.

Un andamento analogo è stato riscontrato nelle donne, della stessa fascia di età, che avevano dichiarato di essere in gravidanza: prevalenza del 5,4% (HEIRS), del 18% (OMS) e infine del 36% secondo la definizione impiegata nello studio NANHES.

Risulta, inoltre, che la prevalenza della carenza di ferro varia in base all’etnia di appartenenza, con i tassi più alti rilevati tra le donne ispaniche e africane, rispetto a quelle caucasiche e asiatiche.

Rispetto alle stime ottenute adottando i criteri HEIRS, la prevalenza di ID aumenta di 2,4 volte (95% CI, 2.3-2.5; P<.001) utilizzando i criteri OMS, e di 4,9 volte (95% CI, 4.7-5.2; P<.001) utilizzando i criteri IDE.

In sintesi, lo studio evidenzia come la prevalenza dell’insufficienza di ferro tra le donne vari significativamente in base ai criteri e alle definizioni usati, a prescindere da età, stato di gravidanza e gruppo etnico di appartenenza.

Gli autori scrivono nelle conclusioni che la definizione della carenza di ferro in base a valori-soglia di ferritina sierica più elevati, appare più prudente e potrebbe portare a un aumento dei tassi di diagnosi e del numero di donne trattate. Questo a sua volta potrebbe tradursi in una maggior riduzione del conseguente carico di morbidità associato alla condizione.

L’ampio campione e la robusta metodologia impiegata rappresentano i punti di forza dello studio che, tuttavia, presenta alcuni limiti associati alla mancanza dei dati sui livelli di emoglobina e sui fattori socio-economici.

Redazione

articolo a cura della redazione