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Sintomi post-Covid, non sottovalutare il vissuto del paziente

Al Congresso della società tedesca di Medicina Interna sono emerse indicazioni per un corretto inquadramento della sindrome, anche in assenza di dati strumentali significativi

La 132ma edizione del Congresso della German Society for Internal Medicine, tenutosi a Wiesbaden, in Germania, lo scorso aprile, ha offerto nuove prospettive per l’approccio alla sindrome del long Covid; Christian Gogoll, internista pneumologo presso la Evangelical Lung Clinic, e Carmen Scheibenbogen, dell’Institute of Medical Immunology, Charité – Universitätsmedizin, entrambi a Berlino, hanno esaminato le evidenze attuali relative a diagnosi e gestione della condizione.

Secondo i dati presentati, il long Covid, insieme alla encefalomielite mialgica/sindrome da fatica cronica (ME/CFS), ha colpito in Germania, fino al 2024, oltre 1,5 milioni di persone ed è inserito tra le sindromi post-acute da infezione (PAIS). Si tratta di una condizione complessa dal punto di vista diagnostico e terapeutico, e sulla quale restano dubbi riguardo la possibile origine, riconosciuta però nell’ambito delle PAIS.

L’identikit della sindrome da long Covid

La sindrome da long Covid si caratterizza per alcuni aspetti:

  • presenza di sintomi multisistemici che coinvolgono molteplici organi
  • esordio dopo infezione primaria lieve, grave o asintomatica
  • sintomi che persistono per oltre tre mesi dopo la malattia iniziale
  • andamento che può essere continuo, fluttuante o progressivo
  • sintomi non spiegati da un’altra condizione medica.

Il ruolo dei questionari per la diagnosi

Nei pazienti che lamentano sintomi dopo un’infezione da SARS CoV-2, gli esami diagnostici standard, inclusi TC, test di funzionalità polmonare e valutazioni di laboratorio, risultano spesso non significativi, anche quando i soggetti sono gravemente colpiti da fatigue, disfunzione cognitiva e disturbi del sonno. Si tratta di pazienti che possono essere definiti “soggettivamente malati, oggettivamente senza reperti”, per i quali la valutazione clinica è complessa.

Tra le manifestazioni osservate nei pazienti, il malessere post-sforzo (PEM, postexertional malaise) è associato a una disregolazione autonomica ed è caratterizzato da aumento della frequenza cardiaca e respiratoria durante lo sforzo. A livello vascolare, l’infezione da SARS-CoV-2 può condurre a un’endoteliopatia diffusa, guidata da tempesta citochinica, marcato stress ossidativo e attività dell’endotelina-1, che determina invecchiamento vascolare accelerato, compromissione della perfusione d’organo e conseguente disfunzione multiorgano. Dal punto di vista dei danni cerebrali sono state osservate neuroinfiammazione e ipoperfusione, evidenziate mediante PET e RM, in particolare durante stress ortostatico.

La complessità che il quadro clinico può assumere rende difficile porre una diagnosi; i ricercatori raccomandano l’impiego di questionari strutturati, tra cui la Fatigue Assessment Scale per valutare la gravità della fatigue, i Canadian Consensus Criteria per la valutazione della encefalomielite mialgica/sindrome da fatica cronica e il Mini-Mental State Examination per la valutazione del deficit cognitivo. Questi strumenti consentono di distinguere la fatigue isolata dal PEM, che rappresenta un criterio diagnostico centrale della ME/CFS e interessa una quota stimata tra il 10% e il 30% delle persone con long Covid.

Gestione dei sintomi da long Covid

Per la gestione dei sintomi è necessario in primo luogo distinguere il malessere post-sforzo dalla fatigue. Nei soggetti con PEM, l’intolleranza allo sforzo richiede di dosare e pianificare le attività quotidiane in modo da non superare la quantità di energia che il singolo paziente riesce a tollerare. Il superamento dei limiti individuali può infatti provocare un peggioramento dei sintomi difficile da recuperare.

Il Federal Joint Committee ha raccomandato l’impiego di terapie off-label, quali ivabradina per la sindrome da tachicardia posturale (definita da un incremento della frequenza cardiaca superiore a 30 battiti/minuto in ortostatismo senza riduzione della pressione arteriosa); agomelatina per la fatigue dovuta a long Covid e ME/CFS; vortioxetina per migliorare la funzione cognitiva e metformina per ridurre il rischio di long Covid nei soggetti con BMI >25.

Indicazioni cliniche

I ricercatori sottolineano alcuni concetti chiave, fondamentali per la comprensione della sindrome e una migliore presa in carico dei pazienti:

  • secondo le linee guida AWMF S1 (sviluppate dalla Association of the Scientific Medical Societies in Germany) per long/post-Covid, la sindrome da long Covid non ha una causa primariamente psicosomatica;
  • le comorbidità psicologiche, tra cui ansia e depressione, dovrebbero essere descritte come conseguenze reattive piuttosto che come fattori causali.

È inoltre essenziale promuovere una maggiore formazione nell’ambito delle PAIS, e distinguere il malessere post-sforzo dalla semplice fatigue, perché nei pazienti con PEM la gestione clinica richiede il mantenimento delle attività entro i limiti energetici individuali, per evitare riacutizzazioni o il peggioramento dei sintomi.

Il messaggio centrale riguarda tuttavia, secondo i ricercatori, la necessità di ‘destigmatizzare’ il long Covid. Poiché i reperti clinici risultano spesso non significativi, i sintomi vengono frequentemente attribuiti a cause psicologiche; da qui un invito, rivolto ai clinici, a non sottovalutare questi pazienti, ai quali dovrebbe essere offerta un’assistenza multidisciplinare.

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Stefania Cifani

Giornalista scientifica e Medical writer

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