Alcuni recenti fatti di cronaca hanno portato al centro dell’attenzione il soliloquio, ossia l’atto di parlare ad alta voce con sé stessi, in assenza di interlocutori. Una modalità di elaborazione del pensiero che viene studiata dalle neuroscienze nell’ambito delle funzioni cognitive.
Ne abbiamo parlato con Maurizio Bossi, andrologo e divulgatore scientifico, partendo dalle definizioni:
Che differenza c’è tra inner speech, self-talk e silent speech?
Per capire questi concetti bisogna partire da quella che un tempo veniva chiamata semplicemente “voce interiore”. La letteratura e la filosofia la conoscevano già molto bene: pensiamo al “fanciullino” di Giovanni Pascoli o agli impressionisti. All’inizio del Novecento questa dimensione veniva definita “endofasia”, cioè linguaggio interiore. Poi arrivano Piaget e Vygotskij, (psicologi e pedagogisti del Novecento NdR) che mostrano come il bambino prima impari a parlare, e solo successivamente, a elaborare pienamente il pensiero. In altre parole, prima c’è la parola e poi la costruzione cognitiva. L’inner speech è proprio questo: il pensiero interiore, il dialogo silenzioso con noi stessi. È una capacità tipicamente umana che ci permette di elaborare, ricordare, riflettere e persino costruire quella che chiamiamo metacognizione, cioè la capacità di pensare con coscienza ai nostri stessi pensieri”.
Quindi il dialogo interno non è solo un fenomeno psicologico?
“Oggi le neuroscienze lo considerano una vera funzione cognitiva. Grazie all’inner speech noi costruiamo memoria, identità e capacità di interpretare gli altri. Entrano in gioco anche i neuroni specchio e l’empatia. L’essere umano non solo pensa, ma può ascoltare il proprio pensiero. Ed è probabilmente una delle grandi peculiarità evolutive della nostra specie”.
Esiste anche una forma “esterna” di questo dialogo?
“Sì, ed è il self-talk: parlare da soli, davanti allo specchio, in automobile, oppure raccontarsi mentalmente ciò che si sta facendo. È un fenomeno molto più comune di quanto si immagini. C’è un aspetto affascinante: spesso comprendiamo meglio qualcosa proprio nel momento in cui la ascoltiamo pronunciata da noi stessi. È una sorta di feedback cognitivo. In questo senso aveva ragione Benedetto Croce quando sosteneva che l’uomo pensa tanto più quanto più parole possiede. Le neuroscienze oggi confermano che una semantica più raffinata aiuta a strutturare meglio il pensiero”.
Quando il dialogo interiore smette di essere fisiologico?
Il problema nasce quando quella voce non viene più riconosciuta come propria. Quando il soggetto percepisce il pensiero come una voce estranea e si entra nel territorio dell’allucinazione. È il passaggio dalla fisiologia alla psicopatologia. Come spesso accade in medicina, non è il fenomeno in sé a fare la differenza, ma il grado e l’intensità con cui si manifesta”.
Gli studi di neuroimaging cosa stanno mostrando su questi processi?
Le evidenze sono molto interessanti. Le aree classiche del linguaggio, come Broca e Wernicke, sono coinvolte, ma non solo. Alcuni studi hanno dimostrato che quando pensiamo una parola si attivano micro-meccanismi motori della laringe e della lingua. È come se il corpo si preparasse fisicamente a parlare anche quando il linguaggio resta interno. Questo significa che esiste una connessione strettissima tra pensiero, linguaggio e sistema neuromotorio”.
Anche le emozioni sembrano avere un ruolo centrale.
Pensiamo all’amigdala, che è fondamentale nella gestione della paura e delle emozioni. Studi recenti mostrano differenze morfologiche dell’amigdala in soggetti con tratti sociopatici. Le neuroscienze stanno cercando di capire sempre meglio il rapporto tra struttura cerebrale, regolazione emotiva e comportamento”.
Oggi si parla molto anche di intelligenza artificiale applicata alle neuroscienze. Siamo vicini a tecnologie capaci di “leggere” il pensiero?
“Le nuove tecniche di analisi neurofisiologica, integrate con l’intelligenza artificiale, stanno aprendo scenari molto avanzati. Questo però pone questioni etiche enormi, soprattutto sul piano della privacy e dei diritti individuali. Il rischio è arrivare a strumenti sempre più vicini a una sorta di “macchina della verità”. Ed è evidente che serviranno limiti molto chiari”.
Un tema molto discusso riguarda il cosiddetto “third person self-talk”, cioè parlare a sé stessi usando il proprio nome. Perché funziona?
È interessante perché crea una distanza psicologica. Dire a sé stessi “Maurizio, stai tranquillo” oppure “Hai già superato quell’errore” permette quasi di osservare il problema dall’esterno. È come separare il sé presente dal sé che ha commesso un errore in passato. Questa distanza può ridurre l’impatto emotivo e migliorare l’autoregolazione”.
Il self-talk positivo può influire anche su parametri fisiologici, come stress e frequenza cardiaca?
Evitando derive semplicistiche; noi esseri umani siamo narratori per natura e il nostro cervello tende continuamente a costruire “stanze dell’eco”. Il dialogo interno può aiutare nella gestione dello stress, ma diventa problematico quando sostituisce completamente il confronto con gli altri. Se ascoltiamo solo noi stessi rischiamo autoreferenzialità, isolamento e persino derive paranoiche”.
Quindi parlare da soli è normale? Anche alla luce di recenti fatti di cronaca che hanno riportato il tema del soliloquio al centro del dibattito pubblico?
Direi di sì, ed è molto più comune di quanto si creda. Tanto che oggi esiste perfino una definizione clinica opposta: l’anendofasia, cioè l’assenza o la forte riduzione del dialogo interno. La maggior parte delle persone parla con sé stessa in modi diversi: attraverso parole, canto, scrittura, disegno o immaginazione. È una dimensione profondamente umana. Van Gogh probabilmente esprimeva il proprio dialogo interiore dipingendo. I bambini lo fanno attraverso i pupazzi e il gioco simbolico. Cambiano le forme, ma il meccanismo resta lo stesso: dare voce a ciò che accade dentro di noi”.



