Secondo recente studio cinese pubblicato sulla rivista Analytical Chemistry, l’analisi dei composti volatili organici (VOC) presenti nel cerume potrebbe aiutare a identificare le persone affette da malattia di Parkinson (PD). I ricercatori hanno individuato quattro tipi di VOC, ossia etilbenzene, 4-etiltoluene, pentanale e 2-pentadecil-1,3-diossolano. La presenza di queste sostanze, nei soggetti con malattia di Parkinson, si differenzia rispetto ai soggetti sani, e potrebbero pertanto rappresentare potenziali biomarcatori diagnostici.
Secrezioni auricolari come impronta della malattia di Parkinson
Lo studio ha incluso 209 partecipanti, 108 dei quali con diagnosi di PD. Le secrezioni naturali dell’orecchio sono state raccolte con un tampone e analizzate per mezzo di una gascromatografia-spettrometria di massa. Nei pazienti con PD sono stati identificati 196 VOC distinti, contro i 168 riscontrati nei soggetti sani. Nessuno dei partecipanti ha presentato un profilo chimico identico.
Gli autori ipotizzano che i profili VOC potrebbero rappresentare una sorta di “impronta molecolare” per l’identificazione della malattia. Il modello sperimentale di screening, basato sull’intelligenza artificiale olfattiva, ha identificato i pazienti con PD con un’accuratezza del 94%.
Tuttavia, poiché lo studio è stato condotto in un singolo centro e su un campione di modeste dimensioni, i risultati dovranno essere riconfermati da studi multicentrici e con riferimento a diverse fasi della malattia.
In precedenza lo stesso gruppo di studio aveva evidenziato, tra individui con malattia di Parkinson e individui sani, differenze nella composizione chimica del sebo.
L’analisi del sebo presente sulla superficie cutanea tuttavia risulterebbe più complessa, e inoltre potenzialmente condizionata da fattori esterni che potrebbero alterarne la composizione.
Secondo Ethan G. Brown, neurologo dell’Università della California, non coinvolto nello studio, i risultati sembrano particolarmente innovativi e interessanti, in quanto riferiti a un metodo semplice e non invasivo.
La ricerca di biomarcatori è infatti una priorità nella diagnosi della malattia di Parkinson; il metodo potrebbe rivelarsi utile per comprendere meglio la biologia della patologia, ma si tratta di risultati preliminari; sarà in particolare da verificare il ruolo di fattori confondenti legati all’ambiente, a variazioni del microbioma e a differenze nella alimentazione o nell’assunzione di farmaci.



