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Solitudine, un fattore di rischio spesso trascurato

Il presidente dell'Associazione Italiana di Psicogeriatria spiega come far emergere nell'ambulatorio del MMG una condizione che rappresenta un rischio per la salute fisica, psichica e neurologica dell'anziano

Solitudine e isolamento sociale sono una minaccia concreta per la salute fisica e psichica delle persone anziane. L’isolamento può causare stati depressivi, disturbi dell’umore, alterazioni del ritmo sonno-veglia, che incrementano la probabilità di ulteriori condizioni patologiche, come patologie neurodegenerative e malattie cardiovascolari.

Dal 2018 si celebra in Italia, a metà novembre, la Giornata nazionale contro la solitudine, promossa dell’Associazione Italiana Psicogeriatria (AIP), una società scientifica  che sostiene politiche e progetti per le persone anziane con malattie neuro-psichiatriche.

Diego De Leo, presidente AIP, oltre che professore emerito di Psichiatria presso la Griffith University di Brisbane, Australia e professore di Psicologia presso la Primorska University della Slovenia, ci spiega perché occorre maggiore attenzione, in ambito sanitario, alle condizioni di vita dei pazienti

la solitudine aumenta il rischio di demenza del 50% e la mortalità prematura del 30%. Eppure, nella valutazione clinica, i determinanti sociali vengono spesso trascurati. Mi riferisco alle condizioni concrete in cui la persona vive: l’ambiente, le risorse economiche, le relazioni sociali, le fonti di supporto disponibili. Generalmente, il medico di medicina generale si concentra sui sintomi somatici, sull’elettrocardiogramma, insomma sul tenere in vita la persona, cosa sacrosanta, ma trascura fattori che potrebbero influenzare fino al 50% sul benessere complessivo del paziente.

Come si possono identificare i segni della solitudine nell’ambulatorio del medico di famiglia?

il problema dello screening della solitudine potrebbe essere risolto anche con una semplice domanda: ‘Lei si sente solo?’. È fondamentale distinguere tra il vivere da soli, che è una condizione fisica, e il sentirsi soli, che è una dimensione emotiva e mentale. La differenza è qualitativa: una persona potrebbe essere circondata da familiari, ma sentirsi ugualmente incompresa, senza alcuna corrispondenza emotiva con chi le sta attorno. Esistono scale di valutazione brevi, come quella dell’Università della California, ma per esperienza personale ritengo cruciale chiedere direttamente: ‘Ti senti solo?’. Questo può aprire un canale di comunicazione emotiva col medico, che diventa non solo chi si occupa dei sintomi, ma un prezioso consulente, un compagno di viaggio tecnicamente preparato.”

La solitudine e il conseguente stato depressivo, possono arrivare fino alla tentazione di gesti estremi, qual è l’approccio per prevenirli?

il suicidio è un problema complesso che richiederebbe un approccio multidisciplinare. Gli anziani, specialmente gli uomini, incontrano una serie di difficoltà logistiche ed esistenziali che vanno oltre la nostra preparazione medica. Non siamo preparati a ridare un significato alla vita delle persone. Molti anziani pensano che la vita non abbia più valore, che non ci sia possibilità di miglioramento, che non ci sia nessuno a prendersi cura di loro come facevano le mogli quando erano più giovani. Gli uomini si suicidano molto più delle donne in età avanzata perché raramente hanno coltivato rapporti profondi con la prole o i nipoti. Inoltre, avendo consacrato la loro dignità al lavoro, la pensione può togliere loro quel senso di appartenenza e ruolo sociale, diventando una sorta di ‘tomba anticipatoria’ se non si ha un’agenda sostitutiva o una passione da coltivare.”

Anche i disturbi del sonno possono essere campanelli d’allarme?

il sonno è fondamentale per ricaricare le nostre energie. Quando diventa frammentato o disfunzionale, soprattutto se accompagnato da incubi ricorrenti, non è più ristorativo. Le probabilità di diventare più stanchi, irritabili, nervosi, impulsivi e infine depressi aumentano considerevolmente. Il sonno disturbato è un fattore di rischio per molte patologie, demenza compresa. Un paziente che si alza più stanco di quando è andato a letto, che teme l’ora di coricarsi prevedendo ‘una notte d’inferno’, può entrare in un circolo vizioso di apprensione che complica ulteriormente la situazione.”

Quali paesi stanno affrontando meglio questa epidemia sociale e cosa potrebbe fare l’Italia?

Canada e Stati Uniti hanno già sviluppato linee guida specifiche. Regno Unito, Giappone e Australia stanno facendo moltissimo, e recentemente anche l’Olanda ha emanato raccomandazioni. Circa 30 paesi hanno richiesto rapporti nazionali sul problema della solitudine. L’Italia purtroppo è ancora indietro, sebbene l’Associazione Italiana di Psicogeriatria abbia istituito nel 2018 una giornata nazionale contro la solitudine, il 15 novembre. Per affrontare adeguatamente questo problema servirebbe un approccio sistemico che coinvolga lo Stato, i servizi sociali e persino le scuole, che dovrebbero insegnare l’importanza delle relazioni. Ricordiamoci il detto ‘chi trova un amico, trova un tesoro’: avere confidenti è estremamente importante per la salute mentale, perché gli amici sono la famiglia che ci scegliamo. Purtroppo, secondo i dati Eurostat, l’Italia è la leader negativa in Europa per solitudine e senso di non appartenenza. C’è ancora molto lavoro da fare.”

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Pogliaghi
Silvia Pogliaghi

Giornalista scientifica, specializzata su ICT in sanità.

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