Il controllo della glicemia non è più sufficiente per la cura del diabete, soprattutto di tipo 2. La disponibilità di terapie efficaci sia sulle comorbidità, a partire dall’obesità, sia sulla riduzione del rischio di complicanze cardio-renali rende possibile un approccio più ampio.
Il messaggio arriva del 62° congresso dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD), che si è svolto recentemente a Milano.
Raffaella Buzzetti, presidente della Società italiana di diabetologia (SID), ha precisato:
GLP-1, GIP, amilina e molecole multi-agoniste stanno catalizzando l’attenzione perché non agiscono soltanto sulla glicemia: hanno un impatto rilevante su peso, rischio cardiovascolare, funzione renale e qualità di vita. L’obiettivo è quello di superare la tradizionale gestione ‘per singolo parametro’ e affrontare insieme diabete, obesità e le loro complicanze”.
Di seguito segnaliamo alcune delle principali novità presentate all’EASD 2026
Semaglutide, arriva una nuova formulazione e la combinazione con l’insulina settimanale
Per quanto riguarda la semaglutide, una delle prime molecole rivelatesi efficaci nel contrasto all’obesità e nel controllo della glicemia, all’EASD è stata presentata una nuova formulazione in pillole. Secondo Roberto Vettor, direttore scientifico del Centro per le malattie metaboliche e della nutrizione, presso l’Humanitas Research Hospital di Milano:
semaglutide in pillola rappresenta una delle innovazioni più attese perché risponde a un bisogno ancora rilevante nella gestione del sovrappeso e dell’obesità: offrire un trattamento efficace in una forma semplice da integrare nella routine quotidiana e capace di rispondere a esigenze diverse. Si tratta di una possibilità concreta per le persone eleggibili al trattamento che preferiscono un’alternativa alla terapia iniettiva.”
Un’altra novità riguarda la possibilità di associare, in un’unica somministrazione settimanale, insulina basale e semaglutide. Spiega Raffaella Buzzetti, presidente della SID:
ancora oggi in Italia, circa il 30% delle persone con diabete di tipo 2 che necessitano di terapia insulinica ne ritarda l’inizio di oltre due anni e, anche dopo l’avvio dell’insulina, molti pazienti non raggiungono un adeguato controllo glicemico. Gli studi clinici hanno mostrato il potenziale di questa strategia terapeutica nel ridurre il carico iniettivo migliorando la qualità di vita e mantenendo il controllo glicemico, i benefici sul peso corporeo e tassi inferiori di ipoglicemia. Ci auguriamo che questa opzione possa essere disponibile per i pazienti nel minor tempo possibile.”
Tirzepatide, dati sperimentali sulla combinazione con eloralintide
Altra novità riguarda le combinazioni che uniscono alle incretine l’amilina, un ormone peptidico prodotto dal pancreas, che viene secreto insieme all’insulina in risposta all’assunzione di cibo. L’amilina contribuisce a controllare la glicemia post-prandiale e rallenta lo svuotamento gastrico, aumentando la sazietà.
All’EASD 2026 sono stati presentati i risultati di uno studio di fase 2b sul farmaco sperimentale EloraTZP (Lilly), che combina eloralintide, agonista selettivo del recettore dell’amilina e tirzepatide, agonista duale dei recettori GIP e GLP-1.
Nello studio condotto su 367 pazienti EloraTZP, ha determinato una riduzione del peso corporeo fino al 23,3% in adulti con sovrappeso o obesità e diabete di tipo 2, accompagnata da una riduzione dell’emoglobina glicata (HbA1c).
Gli Autori dello studio sottolineano come, in tutte le combinazioni di dosaggio studiate di eloralintide e tirzepatide, i partecipanti abbiano ottenuto una sostanziale perdita di peso, accompagnata da riduzioni significative dell’HbA1c.
Diabete tipo 2 e obesità, survodutide riduce peso e HbA1c
Indicazioni interessanti vengono anche dallo studio SYNCHRONIZE-2, pubblicato sul New England Journal of Medicine il 1° ottobre 2026 e presentato all’EASD 2026.
Si tratta dei risultati di uno studio di fase 3 su pazienti con obesità e diabete di tipo 2 trattati con survodutide, farmaco sperimentale con duplice attività: agisce infatti come agonista dei recettori del GLP-1 e del glucagone.
Lo studio multicentrico, randomizzato e in doppio cieco è stato condotto in 133 centri di 19 Paesi. Ha coinvolto 752 adulti con diabete di tipo 2 e BMI ≥27 kg/m², assegnati a survodutide sottocute una volta alla settimana alla dose di 3,6 mg o 6,0 mg oppure a placebo. Il trattamento è stato associato a dieta ipocalorica e incremento dell’attività fisica. L’età media dei partecipanti era 55,7 anni, il BMI medio 36,5 kg/m² e l’HbA1c iniziale 7,4%.
Dopo 76 settimane, considerando anche le interruzioni del trattamento e l’impiego di altre terapie antiobesità, la riduzione media del peso è stata dell’8,2% con survodutide 3,6 mg e del 9,8% con 6 mg, rispetto al 3,9% con placebo. In termini assoluti, la perdita di peso è stata rispettivamente di 8,6, 10,2 e 4,2 kg.
Il trattamento ha prodotto anche un miglioramento del controllo glicemico. Partendo da un’HbA1c media del 7,4%, la riduzione a 76 settimane è stata di 0,9 punti percentuali con 3,6 mg, 0,8 punti con 6 mg e 0,2 punti con placebo.
Gli eventi avversi più frequenti sono stati di natura gastrointestinale, prevalentemente di intensità lieve o moderata e soprattutto durante la fase di titolazione.
Gli autori sottolineano che lo studio ha escluso i pazienti trattati con insulina e ha coinvolto prevalentemente persone con un buon controllo glicemico: elementi che limitano la generalizzabilità dei risultati. Sono inoltre necessari studi dedicati per definire gli effetti a lungo termine e gli eventuali benefici cardiovascolari.
Diabete tipo 2, benefici sul rischio cardiovascolare per orforglipron orale
Lo studio randomizzato ACHIEVE-4, pubblicato su The Lancet, ha valutato la sicurezza cardiovascolare e l’efficacia di orforglipron, agonista orale non peptidico del recettore GLP-1, rispetto a insulina glargine in persone con diabete di tipo 2, sovrappeso o obesità e rischio cardiovascolare aumentato. Lo studio ha incluso 2.749 partecipanti; l’86% aveva una malattia cardiovascolare e il 37,5% una malattia renale cronica; l’età media era di 63 anni, l’HbA1c dell’8,2% e il BMI di 33 kg/m².
Dopo un follow-up mediano di due anni, l’esito composito di morte cardiovascolare, infarto miocardico non fatale, ictus non fatale o ospedalizzazione per angina instabile, si è verificato nel 4,2% dei partecipanti trattati con orforglipron e nel 5,0% di quelli trattati con insulina glargine. Orforglipron ha quindi dimostrato la non inferiorità rispetto all’insulina glargine per il rischio cardiovascolare.
Orforglipron ha inoltre determinato una maggiore riduzione dell’HbA1c (differenza stimata tra i trattamenti −0,50%) e del peso corporeo (−8,9%) rispetto all’insulina glargine, con effetti mantenuti fino a 104 settimane.
I risultati confermano quindi la non inferiorità di orforglipron rispetto all’insulina glargine per la sicurezza cardiovascolare, associata a un maggiore controllo glicemico e a una maggiore riduzione del peso corporeo, ma a una più elevata frequenza di eventi gastrointestinali.
I risultati su perdita di peso e controllo glicemico nel diabete di tipo 2 del triplo agonista GLP/GLP-1/glucagone
Un’altra opzione allo studio per i soggetti con diabete di tipo 2 e obesità riguarda retatrutide, un triplo agonista sperimentale dei recettori del polipeptide insulinotropico glucosio-dipendente (GIP), del peptide-1 simile al glucagone (GLP-1) e del glucagone.
I risultati dello studio di fase 3 TRIUMPH-2, pubblicati su The Lancet, mostrano che retatrutide ha determinato una significativa riduzione del peso corporeo e dell’HbA1c in adulti con sovrappeso o obesità e diabete di tipo 2. Lo studio – randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo- ha valutato efficacia e sicurezza del trattamento in 1.152 partecipanti in 92 centri di otto Paesi.
I pazienti sono stati randomizzati a ricevere retatrutide 4, 9 o 12 mg oppure placebo, somministrati una volta alla settimana per via sottocutanea, insieme a indicazioni sull’alimentazione e sull’attività fisica. Il 92% dei partecipanti assumeva al basale almeno un farmaco ipoglicemizzante orale.
A 80 settimane, la riduzione media del peso corporeo è stata dell’11,9% con retatrutide 4 mg, del 16,8% con 9 mg e del 18,8% con 12 mg, rispetto al 5,1% con placebo. L’HbA1c si è ridotta in media dell’1,38%, 1,50% e 1,45% con le dosi di 4, 9 e 12 mg, rispetto allo 0,45% con placebo. Alla dose di 12 mg, il 72% dei partecipanti ha raggiunto un’HbA1c ≤6,5%, rispetto al 29% con placebo.
Retatrutide ha inoltre migliorato pressione arteriosa e profilo lipidico e ridotto i livelli di proteina C-reattiva ad alta sensibilità.
Gli analoghi dell’amilina
I dati provenienti dalla pratica clinica indicano che fino al 75% delle persone interrompe entro 12 mesi la terapia iniettabile con agonisti del recettore del peptide-1 simile al glucagone (GLP-1 RA), una classe che comprende farmaci come semaglutide e tirzepatide.
L’interruzione può determinare un recupero del peso entro il primo anno dalla sospensione e potrebbe comportare un peggioramento delle complicanze correlate al peso, compresa la perdita dei benefici ottenuti sui parametri cardiometabolici. Gli eventi avversi gastrointestinali sono frequentemente indicati tra le principali cause di interruzione del trattamento con GLP-1 RA, soprattutto nei primi mesi di terapia.
Un’opzione farmacologica in grado di ridurre gli eventi avversi gastrointestinali potrebbe essere rappresentata dagli analoghi dell’amilina un ormone pancreatico che contribuisce alla regolazione dell’appetito attraverso meccanismi in parte indipendenti dalle vie delle incretine.
Sono in fase di sviluppo diversi analoghi dell’amilina a lunga durata d’azione per il trattamento dell’obesità. I dati disponibili indicano che questi farmaci, tra cui cagrilintide, eloralintide e petrelintide, potrebbero rappresentare importanti alternative alle terapie basate sulle incretine per il trattamento dell’obesità. Oltre a determinare una perdita di peso sostanziale e clinicamente significativa, sembrano avere un buon profilo di tollerabilità gastrointestinale.



