È in corso un dibattito scientifico internazionale, rilanciato anche su riviste di alto impatto come The Lancet Diabetes & Endocrinology, per superare la definizione di “pre-diabete”, ritenuta riduttiva e fuorviante, e adottare un modello a stadi che descriva il diabete di tipo 2 (TD2) come un processo continuo e progressivo.
In un comunicato stampa la Società Italiana di Diabetologia (SID) sottolinea come una nuova classificazione potrebbe favorire l’adozione di interventi precoci, come è avvenuto, ad esempio, per l’ipertensione arteriosa con l’abbandono del termine ‘pre-ipertensione’, che ha permesso di migliorare la percezione del rischio e la tempestività delle cure.
Dal pre-diabete a una classificazione in tre stadi
Il concetto di pre-diabete, introdotto dall’American Diabetes Association (ADA) per identificare una condizione intermedia tra normoglicemia e diabete conclamato, è nato con l’obiettivo di stimolare interventi correttivi sullo stile di vita, ma si è dimostrato nel tempo insufficiente a rappresentare il reale rischio clinico.
Evidenze recenti indicano infatti che già in questa fase si osserva un aumento significativo del rischio di complicanze, tra cui malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica, declino cognitivo e alcuni tumori. L’utilizzo del prefisso “pre” può quindi contribuire a sottovalutare la condizione, ritardando interventi preventivi e terapeutici.
La nuova classificazione, caldeggiata dai maggiori opinion leader della diabetologia mondiale, propone tre stadi evolutivi del T2D.
- Stadio 1: include soggetti con rischio aumentato di sviluppare ‘disglicemia’ sulla base di score di rischio specifici per il proprio Paese, ma con glicemia ancora nei limiti normali, sebbene con un lieve declino della funzione beta-cellulare e di conseguenza un progressivo incremento della glicemia (i valori che lo descrivono sono: glicemia a digiuno <101 mg/dl; glicemia alla 1° ora nella curva da carico glucidico: <155 mg/dl e alla 2° ora: 140 mg/dl; emoglobina glicata <5,7%, TITR, Time in tight range, >90-95%, ).
- Stadio 2: include soggetti con alterazioni glicemiche, oggi definite ‘disglicemia’ o ‘pre-diabete’ (i valori che lo descrivono sono: glicemia a digiuno: 101–124 mg/dl; glicemia a 1 ora dal carico glucidico: ≥155 mg/dl e a due ore: 140–198 mg/dl; emoglobina glicata 5,7-6,4%, TITR >80-90%), con ulteriore sotto-stadiazione tra progressione lenta (stadio 2a) e rapida (stadio 2b).
- Stadio 3: include soggetti con diabete conclamato (i valori che lo descrivono sono: glicemia a digiuno ≥126 mg/dl; glicemia a 1 ora nella curva da carico: 208.8 mg/dl e a due ore: >200 mg/dl; emoglobina glicata ≥6,5%, TITR <80%)
Un elemento innovativo, come sottolinea Raffaella Buzzetti, presidente della SID, è la possibilità di identificare soggetti a progressione rapida, spesso più giovani e con maggiore insulino-resistenza, rispetto a quelli a progressione lenta, generalmente più anziani. Ciò permette di modulare l’intensità degli interventi, evitando sia il sovra-trattamento sia il sotto-trattamento.
Intervenire precocemente per rallentare la progressione del diabete e ridurre il rischio CV
Dal punto di vista terapeutico, il riconoscimento degli stadi iniziali come parte della malattia apre alla possibilità di intervenire precocemente, attraverso modifiche dello stile di vita e, potenzialmente, con farmaci già disponibili, che hanno dimostrato efficacia nel rallentare la progressione e ridurre il rischio cardiovascolare. Precisa Buzzetti:
ad oggi, non vi sono indicazioni regolatorie specifiche circa l’utilizzo di terapie farmacologiche, sebbene molte (tra cui metformina, pioglitazone e agonisti del recettore GLP-1) abbiano dimostrato un’efficacia nel rallentare la progressione dal ‘pre-diabete’ al diabete e di ridurre il rischio cardiovascolare, anche in questi stadi iniziali di malattia.”
Un cambiamento culturale
“La proposta di superare il termine ‘pre-diabete’ rappresenta un’opportunità concreta per anticipare la diagnosi e intervenire quando la malattia è ancora modificabile — dichiara la professoressa Buzzetti —. È un cambiamento culturale, prima ancora che clinico e consiste nel riconoscere che il diabete tipo 2 inizia molto prima della diagnosi tradizionale”.
Un documento di consenso internazionale riguardante la nuova classificazione è atteso nei prossimi mesi. “La SID contribuirà attivamente al dibattito, con l’obiettivo di valutare l’applicabilità del nuovo modello nel contesto italiano e il suo potenziale impatto sulla popolazione – conclude la professoressa Buzzetti – Non si tratta solo di cambiare nome, ma di cambiare prospettiva: passare dal trattare una malattia conclamata, al prevenirne la comparsa. Intervenire prima significa preservare salute e qualità di vita e risparmiare risorse. E oggi, più che mai, è possibile”.



